
Cantico dell’abisso, di Ariase Barretta (Arkadia 2021) è un libriccino esile ma incredibilmente denso, uno di quei libri che non si dimenticano facilmente. A partire dalla copertina, che inquadra una persona dall’aspetto androgino, una ragazza con un fiore tra i capelli, l’abito scollato e un volto dai tratti molto marcati, o un giovane in vesti femminili, o l’una e l’altra cosa insieme. La vicenda che narra, le tematiche che affronta potrebbero far storcere molte bocche, ma Barretta sa molto ben governare il suo materiale e ci regala un romanzo breve dai contenuti importanti, emozionante e mai scontato, in uno stile impeccabile.
La storia è quella di una famiglia che vive il suo momento culminante nella seconda metà degli anni Ottanta del Novecento: mamma, papà, due bambini, cartoni giapponesi alla televisione, merendine del Mulino Bianco. Apparentemente una famiglia come tante altre, con i suoi alti e bassi, le gelosie, il fratello bravo a scuola e quello che è passato a malapena con la sufficienza, una seconda figura femminile fissa in casa: tata, domestica, zia? Man mano che si procede nella lettura però la famigliola si rivela sempre più un luogo di abusi e anaffettività, grovigli sentimentali e psicologici, confusione e scambio di ruoli: il destino di uno dei fratellini è segnato, mentre l’altro, voce narrante di tutta la vicenda, riesce a trovare in qualche modo la sua strada.
Una storia cruda e rischiosa: il rischio di cadere nell’eccesso, nel trash, o nel patetico, o nel cliché. Invece il racconto coinvolge, convince e riesce a conservare una sua poesia.
«Nessun corpo è un errore. Non c’è niente di sbagliato dentro la mia pelle», dice Davide, l’io narrante. Poche parole che qualcuno farebbe bene a segnarsi, per non dimenticarsele, oggi che di certi argomenti si parla con arroganza e violenza. «A ogni modo, c’è più purezza nel mio abisso che nei falsi sorrisi di cui si nutre la vostra ipocrisia.»



