Vai al contenuto

“Il Ritorno” di Marco Vichi: romanzo necessario

L’ultimo romanzo di Vichi, “Il ritorno” (Guanda), appartiene a quello che solitamente chiamo “l’altro Vichi”: quella serie di romanzi che non hanno per protagonista il commissario Bordelli, per intenderci. E sono altrettanto numerosi, tutti diversi uno dall’altro, ma accomunati dalla stessa “postura”: quella dell’autore/narratore piegato a spiare dai pertugi più impensabili l’umanità, quasi sempre quell’umanità di cui si fa più volentieri a meno. Non che l’adorato Commissario non sguazzi in “quella roba lì”, ma lui serve a placarci: questi altri romanzi invece servono a scuoterci, direi proprio a provocarci. E siano benedetti gli scrittori che vengono a pungolarci, meglio ancora, a scandalizzarci. Ben vengano, perché ce n’è un gran bisogno.

“Il ritorno”, dunque. Storia di gente ai margini. Storia di un secolo, quello breve, colto nel momento del suo tramonto, quando si pensava che più in basso dei lager non saremmo riusciti a scendere, e invece…Invece c’è Mario che vuole essere Maria, perché è Maria, e lo diventerà a tutti gli effetti, con il suo grumo di dolore che è dolore elevato all’ennesima potenza, perché lei è un po’ la “presa a terra” dei grumi di dolore di coloro che l’hanno messa al mondo; ci sono i compagni di viaggio di Maria: un sottobosco di invisibili che vive in una Firenze (ma che potrebbe essere Milano, Roma, Udine, Bolzano…) che ti aspetti culla del Rinascimento e invece te la vedi nei suoi risvolti più degradati; ci sono la droga, l’AIDS, la prostituzione, la violenza.

Ci sarebbe anche il riscatto, se nel viaggio di ritorno (scoprirete voi da dove, ma non illudetevi ci sia un solo ritorno) Maria non si fosse incagliata in Bosnia, chissà dove, nel mezzo della guerra. Quella guerra orrenda, che chi è nata donna ed era in grado di intendere e volere in quegli anni, non è che abbia bisogno di tante precisazioni. Rabbrividisce e basta. Ci sono Zubick e Lubjanca e c’era Tianack, c’è Goran e c’è Kalik: tutti i risvolti di un conflitto con il suo carico di tragedie e di vite, ricostruite minuziosamente pensiero su pensiero, emozione dopo emozione; e c’è il rumore di fondo di tutto il resto, della Storia che scorre implacabile e indifferente.

Bastano poche pagine e ti chiedi: «Ma santo Iddio, Vichi…non è troppo?». Se poi ti azzardi a chiedere, a questo benedetto scrittore, se per caso ha vissuto, mantenendone coscienza, più di una vita (perché non riesci a capacitarti di tutto quello che sa scrivere) quello, serafico, ti risponde: «Ma no, io non c’entro, sono i personaggi che mi raccontano tutto, io sto lì e scrivo». O qualcosa del genere.

Palle, Vichi! Me lo lasci dire. “Il ritorno” è un gioco di equilibri raffinato, una narrazione condotta a più voci narranti in un intreccio così sapiente che quasi non te ne accorgi. È un flusso di coscienza continuo, inarrestabile, ma mai una sbavatura, mai uno scossone, un’imprecisione. Uno stile impeccabile. È anche uno scavo impressionante negli abissi interiori di Maria e di tutti gli altri: del padre, vinto dalla vita, dalla sua interiorità (repressa dalla morsa orrenda del patriarcato) e dalla sua tragica, assoluta incapacità comunicativa e affettiva. Vittima. Anche lui, inequivocabilmente.

È il quadro variopinto del popolo bosniaco, annientato dalla peggiore ferocia di cui gli uomini, in quanto maschi, siano capaci. È l’interagire a volte salvifico, a volte mostruoso delle diverse etnie devastate da quell’incomprensibile groviglio. È un viaggio in quella “porzione di noi” che si sente e che vuole il diritto di essere “altro”, con tutta la disperazione, il peso del fallimento, la crudeltà gratuita e l’ipocrisia dei “benpensanti”, che di giorno fanno i bravi padri, i bravi mariti, i bravi borghesi, i bravi cristiani e di notte…

Lo ammetto: arrivare in fondo alla storia di Maria è dura, è straziante, perché ci sono pagine in cui ti incazzi, pagine su cui piangi, e pagine (tante) in cui ti stupisci (della bravura di Vichi, insisto). Ma poi da Maria non ti vuoi staccare, perché la senti talmente umana, che la vorresti vera per poterla abbracciare. Vichi, come fa appunto nell’ “l’altro Vichi”, ti mette di fronte, senza la mediazione della quotidianità e di una indagine poliziesca, alla realtà più cruda delle cose: di quelle cose che, se non possiamo cambiare, almeno potremmo avere il coraggio di guardare, riconoscere, e quindi almeno provare a capire.

Questo è il suo capolavoro, caro Vichi. È il capolavoro di un eccellente scrittore. Punto. Non mi venga a raccontare altre storie, per quanto sia noto che raccontare storie la diverte da morire. Romanzi potenti come questo invece sì, ce ne scriva ancora. Tantissimi, grazie.

Condividi l'articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *