Recensione a cura di Daniel Waffo Tagne
Cercavo da tempo una lettura alternativa, e Adam Gidwitz è riuscito a offrirmela, con un libro che mostra realtà odierne in un mondo d’altri tempi, da una prospettiva intrigante. La stessa cosa non si può dire del titolo: lungo, scontato e piatto. Dietro di esso, però, si apre un mondo emozionante. La trama è avvincente, dalle prime pagine si viene trasportati nel tredicesimo secolo. I vividi colori usati da Gidwitz accendono uno scoppiettante focolare in un periodo storico particolarmente buio.
L’attenzione ai dettagli è minuziosa e, oltre ad una bella storia, il libro regala un viaggio nel tempo
grazie ad accurate descrizioni di avvenimenti e luoghi che avvicinano il lettore a quell’epoca lontana. La punta di diamante è la narrazione, coinvolgente e calda.
Come l’atmosfera che si respirata nella taverna, dove ha luogo la lunga ed intricata composizione di un mosaico che, racconto dopo racconto, si ricongiunge col presente. A volte, però, non si hanno tutti i minuscoli pezzi che compongono la realtà: è qui che la monaca alza il velo sopra i nebbiosi, ma indispensabili racconti, senza i quali non avremmo la storia così come la leggiamo.
La monaca è un personaggio ambiguo: non ci viene mai rivelato perché conosce le incognite del mosaico, forse mente, forse quei dubbi tasselli di cui non conosciamo nemmeno il colore, sono solo frutto della sfrenata immaginazione del misterioso personaggio oppure dice il vero, ed il suo segreto non può essere rivelato. Gidwitz ha fatto un lavoro egregio cambiando drasticamente il lessico di ogni tassello di storia che viene narrata, e ciò può solo aumentare l’immersione nelle torbide acque che erano le classi sociali del tempo, cosa a cui l’autore fa molta attenzione; ebrei, nobili, contadini, chierici sono tutti facilmente distinguibili e soprattutto storicamente delineati. Vorrei spendere le ultime parole sul personaggio più misterioso della storia: il cronista. Non sappiamo nulla di lui, da dove venga, perché si trovi nella taverna. Solo alla fine del libro scopriamo qual è la sua terribile missione, che ci viene rivelata a poco a poco con parole che possono sembrare casuali, ma che acquistano poi un significato sinistro.
Il cronista è la personificazione dell’ambiguità. Un’ultima osservazione: non dobbiamo mai giudicare un libro dalla copertina, come avevo inizialmente fatto con questo stupendo racconto.




