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Fermandosi con Cameron in quella stazione fantasma

Sedotto dalle temperate, bucoliche atmosfere di un suo precedente romanzo, Quella sera dorata, dall’intensa storia d’amore fra un giovane professore di origini iraniane e una donna di nome Arden, dalla campagna uruguaiana e dalle relazioni umane che ruotano attorno all’affascinante immagine di un noto scrittore ormai defunto, insomma, sedotto da tutto questo, ho lasciato che Peter Cameron mi mettesse a bordo di un treno senza tempo e mi conducesse in un territorio assai meno invitante, così buio e appiattito dalla neve, e senza un’anima in giro.

Sono arrivato in una stazione che non era una stazione, ho preso un taxi che sembrava guidato da un fantasma e alla fine, giunto in albergo, ho cercato di capire dove mi trovassi veramente. Forse in Islanda, o in Finlandia, o da qualche altra parte lassù.

E comunque, per farla breve, i protagonisti di Cose che succedono la notte (Adelphi) non avevano un nome, e non sembravano neanche più innamorati. Lei stava per morire di cancro e lui cercava di non lasciarsi sopraffare da tanta drammaticità, ma intanto stentava a rimanermi simpatico e in più si lasciava trascinare dagli eventi, bevendo fiumi di acquavite nel bar dell’albergo assieme a un’ormai non più giovane cantante e a un losco un uomo d’affari, che finisce per sedurlo fino a portarselo a letto. E la vicenda ruotava attorno alla possibilità, per i due protagonisti, di recarsi in un orfanotrofio sperduto nella foresta per adottare un bambino, e a come questa possibilità, via via che si andava avanti nelle pagine, venisse meno per concedere alla donna di perdersi definitivamente in sé stessa, con l’aiuto di un famoso guaritore della zona.

Leggendo, sembrava di poter annusare l’odore della moquette di cui l’albergo era tappezzato, e veniva da mettersi le mani attorno al collo per il freddo tutte le volte che i protagonisti uscivano all’aperto, in mezzo alla neve, per andare incontro al loro triste destino. C’era poco da stare allegri, ma intanto restavi con loro, con “l’uomo” e con “la donna” – è così che li chiama Cameron, durante tutto il romanzo – , o con “l’uomo d’affari”, così torbido e brutale nei modi. O infine con la cantante, Livia Pinheiro-Rima. E dividevi con loro tristezza e malinconia, senso di vuoto e senso di appartenenza.

Già, ma appartenenza a che cosa? A quella terra così inospitale, per esempio. O forse il tema è più il “non appartenere”? Alla vita che abbiamo condotto fin adesso. A ciò che abbiamo creduto giusto per noi, ignorando le parti più sommerse dell’animo umano.

Finiva che rimontavo sul treno per portare a casa il protagonista maschile. E con lui mi fermavo di nuovo in quella stazione fantasma, e avevo una specie di visione che finiva per farmi commuovere, e sebbene durante tutto il romanzo non mi avesse mai abbandonato quel senso di delusione e di tristezza, capivo di essere comunque in preda alle emozioni.

Perché Cameron aveva centrato il suo obiettivo, ed è questo che vale la pena di portarsi a casa, alla fine.     

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