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Emma, come un pugno nello stomaco

Michela Murgia parla di sé nell’introduzione a questo libro. Ci racconta della sua famiglia di origine e ci spiega la differenza fra matriarcato e matricentrismo: «Se era vero che mia nonna aveva le chiavi di casa, era altrettanto vero che non ne usciva mai. Ci sono voluti anni di femminismo letto, condiviso e agito per capire che quello che avevo sempre sentito chiamare benevolmente matriarcato era in realtà semplice matricentrismo e non descriveva per nulla il comando occulto delle donne, ma la responsabilità palese che esse erano costrette ad assumere per reggere un sistema di potere che era e rimaneva profondamente patriarcale».

Non mi sorprende né mi sento provenire da un altro pianeta: anche a me, la mia famiglia ha insegnato il centralismo della funzione materna che noi donne dobbiamo imparare a ricoprire sin da quando siamo ancora figlie e sorelle. Nel mio caso, secondogenita, a nove anni sono diventata la seconda mamma del figlio più piccolo, di colpo a 10 anni, durante le riunioni familiari, ho smesso di giocare a bocce o a carte con gli uomini e sono passata in cucina con le donne; infine, a 15, facevo grandi monologhi femministi mentre lavavo i piatti e l’unico mio spettatore era un vicino di casa che mi veniva a trovare e che se ne stava seduto ad ascoltarmi (ovviamente senza muover un dito per aiutarmi).

Le mie lotte interne alla famiglia vedevano in mia madre la più grande nemica: era lei che dava regole diverse a me rispetto a mio fratello maggiore che, essendo maschio, poteva uscire e andare in vacanza secondo i suoi piani mentre a me era negato. Poi, sono uscita di casa per studiare e infine per convivere. Sono nati prima i figli della laurea, e i lavoretti iniziali non pagavano i babysitter e segnarono silenziosamente l’inizio del mio “farmi carico” di tutto per riuscire a muovermi fra casa, figli, lavoro, scrittura e danza.

C’è chi mi considera una fallita perché ovviamente non sono diventata né una madre esemplare, né una donna in carriera, né una poetessa o danzatrice rinomata, se non nella propria cerchia ristretta. E io mi sono sempre ritenuta soddisfatta per essere riuscita a non mollare la mia parte artistica, nonostante tutto, accontentandomi di lavori precari e mal pagati, anteponendo i bisogni della casa e della famiglia ai miei. Oggi, che i miei figli sono grandi, mi sono presa in carico i genitori, lasciando la mia città e il mio lavoro (complice il Covid) trasferendomi a casa loro.

Con una madre rimasta vedova, che non fa più niente e un marito che fa, ma che non fa tutto, eccomi che m’imbatto in Bastava chiedere!, il saggio illustrato con le vignette dalla famosa blogger francese (Laterza, tradotto da Giovanna Laterza). Emma Clit, nota anche con lo pseudonimo di Emma è nata a Aube nel 1981, è un’ingegnera e fumettista francese, conosciuta per aver contribuito a divulgare il concetto di carico mentale domestico in Francia. E vi posso assicurare che leggere il suo libro è stato come ricevere un pugno nello stomaco.

Peggio. Perché dopo il colpo, il disagio permane e mi sono messa ad analizzare tutti i miei comportamenti che rivelano quanto io per prima sia sempre condizionata dal ruolo materno che svolgo. Continuo ad accudire, a prendermi cura, a dare priorità agli altri. Fra passato e presente, mi rivedo perdente, in tutti i dieci capitoli del libro: sono invischiata in quel ruolo e non me lo tolgo di dosso.

Sono consapevole che sì, è importante fare leggere questo libro agli uomini ma in primis, noi donne che lo abbiamo letto, dobbiamo rivedere dalla a alla zeta i nostri comportamenti e modificarli dalla zeta alla a perché nella nostra accettazione passiva si adagiano prepotentemente gli altri.

Cambiare non è facile. Ma è essenziale. Si comincia da lì. Subito. Il libro va tenuto sul comodino, va fatto leggere agli uomini, e, magari leggerlo insieme ad alta voce. Come buona pratica per una equa convivenza. Per chi non convive è pur sempre utile: il ruolo materno noi donne lo svolgiamo ovunque, a casa, sul posto del lavoro, per strada, con gli amici.

Attenzione a non confondere la gentilezza con il servilismo: siamo geniali in questo! E dulcis in fondo, mentre analizzo tutto ciò, mio marito commenta: “mi sembri nervosa, in questi giorni. Cosa ti succede?” 

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