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Chatwin era un bugiardo

Recensione a cura di Paolo Calvino

A meno che non ricordiate a memoria il libro di Bruce Chatwin In Patagonia, per gustare Chatwin in Patagonia di Adrián Giménez Hutton bisogna leggere insieme i due libri, alternando i capitoli: prima uno di Chatwin, poi uno di Giménez Hutton e così via. L’avvocato e girovago argentino ha non solo ripercorso il viaggio del narratore inglese nella regione meridionale dell’America, ma ha anche replicato la struttura del suo libro: i capitoli sono numerati nello stesso modo e in ciascuno di essi riferisce il risultato delle proprie indagini rispetto alla domanda che lo ha messo in movimento: cosa dicono di Chatwin e del suo In Patagonia le persone citate nel libro?

In Patagonia è, infatti, costruito su una serie di incontri, alternati a sintetiche biografie di personaggi del passato. Il viaggio di Chatwin durò dal dicembre del 1974 al marzo del 1975. La stesura del manoscritto impegnò l’autore per circa un anno e il libro venne pubblicato nel 1977. Anche Giménez Hutton andò in Patagonia per la prima volta alla fine del 1974, ma aveva diciotto anni, sedici meno di Chatwin. Ci tornò più volte negli anni successivi. Nel 1996 lesse In Patagonia e rimase, spiega nell’introduzione al proprio libro, «impressionato dallo stile narrativo di Chatwin, dal suo modo di mescolare realtà e finzione, piccoli aneddoti personali e grande storia». Venne poi a sapere che, contrariamente alle apparenze, di finzione ce n’era molta. C’era addirittura chi sosteneva che Chatwin si fosse inventato tutto. Il libro aveva avuto grande successo, era arrivato anche in Patagonia, spesso portato da devoti lettori di Chatwin che lo avevano mostrato ai protagonisti e parecchie persone si erano pubblicamente lamentate per essere state descritte in modo tutt’altro che veritiero. Giménez Hutton si appassionò alla questione e decise di tornare in Patagonia, cercare le persone incontrate e descritte da Chatwin e, sentita la loro versione dei fatti, far sapere al mondo intero quanto di vero e quanto di falso ci fosse nel libro dell’ormai celeberrimo e defunto scrittore britannico. I resoconti dello scrittore argentino, perciò, si riferiscono ai viaggi da lui compiuti tra il 1997 e il 1998. Nello stesso 1998 il testo viene pubblicato in Argentina con il titolo La Patagonia de Chatwin (arriverà in Italia nel 2015, tradotto da Marino Magliani e Luigi Marfè). Nel frattempo, erano apparsi due libri a cui Giménez Hutton fa riferimento: An Englishman in Patagonia di John Pilkington (nel 1991) e With Chatwin di Susannah Clapp (nel 1997, uscito in Italia l’anno successivo con il titolo Con Chatwin). Pilkington aveva pesantemente criticato Chatwin per le sue “invenzioni pittoresche”. Clapp, editor di In Patagonia, aveva ricordato che Chatwin stesso affermava di non essere interessato “all’onestà” e di aver farcito il libro di “bugie”. Il problema a cui Giménez Hutton si appassiona è il seguente: Clapp afferma senza ombra di dubbio che «nessun lettore può mai aver pensato che In Patagonia contenesse tutta la verità e nient’altro che la verità», ma le persone descritte nel libro si aspettavano invece esattamente la verità (o meglio, di essere descritte secondo la loro concezione di verità). In altre parole, il problema (di cui si discute da millenni) è: cosa ci aspettiamo da un libro che racconta un viaggio? Una descrizione veritiera o romanzata? Ciò che per Clapp è ovvio (In Patagonia è un romanzo), per le persone citate è assurdo (se parla di me, devo essere descritto come sono davvero).

Il libro di Adrián Giménez Hutton è anche una miniera di informazioni sulla Patagonia, le città, i musei, i libri, le storie e i personaggi: ci sono tutte quelle che Chatwin saltò per il timore di essere noioso. Lo scrittore argentino, al contrario dell’inglese, racconta pure lo svolgimento delle proprie indagini. Sarà piaciuto a Paul Theroux, che criticava Chatwin perché non spiega come si svolgono i suoi viaggi (forse perché non prendeva in considerazione l’ipotesi che i libri di Chatwin non siano resoconti di viaggi, ma romanzi ispirati a esperienze odeporiche). Le parti più interessanti sono, tuttavia, le registrazioni delle conversazioni che l’instancabile Giménez Hutton ha avuto con le numerose persone (o i loro discendenti, poiché è passata una generazione) che ebbero a che fare con Chatwin. La ricerca della verità – ascoltando i testimoni – sembra essere l’interesse principale dell’avvocato Giménez Hutton. Non a caso, mi pare, dedica cinque pagine all’incontro con il giornalista Enrique Pedro Oliva, che si è occupato del fantomatico regno di Araucania proprio «per distinguere l’invenzione dalla realtà». Nella maggior parte dei casi, raccoglie lamentele: i nomi delle persone e dei luoghi sono stati cambiati, alcuni episodi non sono veri, «Chatwin era un bugiardo», certe notizie non dovevano essere pubblicate, «la descrizione non corrisponde alla realtà», «a nessuno piace quell’uomo», «si è inventato tutto», «era un ciarlatano … maleducato, arrogante, pieno di sé». Tutto questo a proposito delle persone; quando, invece, si tratta di luoghi fisici, come interni di case e ambienti naturali, Giménez Hutton rileva che le descrizioni di Chatwin corrispondono esattamente a ciò che si trova davanti agli occhi.

Tornando alle persone, mi sembra interessante che la loro indignazione nasca da una precisa aspettativa: i libri e gli scrittori dovrebbero raccontare fedelmente la realtà, i fatti. Curiosamente, Chatwin viene accusato di essere come «i giornalisti che non dicono mai la verità», «cerca sempre ciò che è sensazionale, violento, inusuale, depravato». Ma non dovrebbero essere invertite, le aspettative? Strani, questi abitanti della Patagonia. O per lo meno, questo è quanto riferisce Giménez Hutton. Se volessimo verificare di persona, dovremmo organizzare un viaggio, incontrarli e intervistarli, ma sono passati trent’anni (e quindi più di cinquanta dal passaggio di Chatwin). Forse è meglio goderci la lettura dei due libri (romanzi?) così come sono.

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