
Hanno preferito lasciare il titolo inglese: The Hill We Climb. In effetti “La collina che scaliamo” non rende minimamente il senso di “hill” che non è una collina qualsiasi ma la collina denominata Capitol Hill, ovvero la metonimia per il Congresso degli Stati Uniti d’America, la sede del governo americano, la metafora del sogno americano che si trova forse in cima alla collina, anche se la collina è ancora tutta in salita. È anche il setting della straordinaria lettura di Amanda Gorman davanti alle telecamere e agli occhi di milioni di persone non solo americani, ma di tutte le nazionalità.
È la cerimonia inaugurale per il 46mo presidente degli Stati Uniti d’America, Joe Biden. Amanda Gorman legge i suoi versi che parlano di lei, e del suo stare in America, che significa parlare di una popolazione diversa, in un momento storico di cruciale importanza. È un inno alla speranza e alla gioia per essere riusciti, lei e il suo paese, a superare un momento così difficile.
Ora l’America ha una possibilità di riscatto. Forse potrà recuperare i suoi veri valori e integrarne nuovi per includere tutti i suoi ‘figli’. La collina, dunque, è il cuore pulsante della poesia inaugurale di Amanda Gorman. Non solo nel titolo, ma in ogni verso del testo. È la metafora di quello che sta vivendo l’America, la scalata politica e sociale che attualmente è intenta a fare, non con poche difficoltà e fatiche, ancora da mettere in conto, prima di arrivare in vetta. Gorman sottolinea l’imperfezione americana, come altri testi poetici inaugurali, ma ora c’è, eventualmente, l’opportunità di rendere questo paese un luogo di armonia, dove tutte le persone vengono valorizzate e prese in carico allo stesso modo.
«Colmiamo il divario, / perché sappiamo che per porre / Il futuro al primo posto, dobbiamo prima / Mettere da parte le differenze.» (p. 27). Ecco che la poesia di Amanda Gorman non parla solo degli americani, ma di ogni individuo. Non si rivolge solo agli americani, ma a tutti noi. Riesce a toccare i sentimenti che tutti noi custodiamo nel profondo.
La sua voce diventa la voce collettiva; lancia un messaggio che travalica le frontiere, i confini, i limiti delle nazioni e dei poteri al governo. Dice che da soli non è possibile far fronte alle difficoltà che intralciano il cammino: ma insieme, dandoci la mano à invece possibile costruire nuovi ponti.
Ponti, che se costruiti sui valori della condivisione e della fratellanza, non crollano, e consentono, invece, di riemergere e scalare la collina. Un messaggio così potente, da far tremare i cuori, non solo, dei tanti giovani come Greta Thunberg, in lotta e in lutto per il nostro pianeta così malconcio, ma anche i cuori delle generazioni precedenti, colpevoli, (spesso inconsapevoli), di aver reso questa terra un luogo peggiore.
Amanda Gorman si appropria di tutto e va oltre, la sua disinvoltura e giovane età nascondono una forza e un talento di dimensioni nuove, dove le scritture antiche e sacre forniscono gli archetipi per il nostro viaggio. Un viaggio che parte dal basso, ma che mira in alto, che si fa forte del passato per lanciarci nel futuro. Come Giona nel ventre della balena, dice la poetessa: «abbiamo sfidato il ventre della bestia» (p.19) e ci facciamo carico delle nostre responsabilità nei confronti delle future generazioni, per trovare risposte alla domanda: «Dove trovare la luce in quest’ombra senza fine?» (p. 17).
In tutto il testo poetico, Amanda Gorman usa immagini di luce e ombra, speranza e paura, per descrivere i due lati opposti dell’America, quelli che promuovono la divisione e quelli che invece cercano l’unione. Ci sono episodi di storia recente che sono agghiaccianti come la morte di George Floyd, la pandemia, l’insurrezione a Capitol Hill.
Amanda Gorman lancia un messaggio forte e combattivo: le parole sono tutto, possono tutto. I versi finali sono davvero di grande incoraggiamento: «Poiché c’è sempre luce, / se solo avremo il coraggio di vederla, / se solo avremo il coraggio di essere / Luce.» (p.51).
La forza delle parole di Amanda Gorman ha radici profonde, attinge a tradizioni precedenti. A poeti che l’hanno ispirata. Maya Angelou è stata la prima poetessa afro-americana a leggere la poesia inaugurale, nel 1993 per la presidenza di Clinton e rappresenta per la Gorman una figura di ispirazione primaria, tanto da indossare, durante la cerimonia, un anello con un’effigie in commemorazione della sua poesia Uccello in gabbia. Altre poesie che vengono in mente sono: America di Allen Ginsberg, dove il poeta descrive tutta la sua rabbia e delusione rispetto alla società e alla politica americana; Long, too long America di Walt Whitman, uno dei primi testi poetici durante la Guerra Civile a sostegno della democrazia costituzionale; o anche Let America Be America Again di Langston Hughes dove il tema è il sogno americano con tutte le sue valenze e sfaccettature.
Ma non solo, vi è un modo di usare le figure retoriche, le anafore, le allitterazioni, che la nostra Poet Laureate conosce bene e che ci fanno capire che la sua poesia ha radici solide nella tradizione anglosassone, passando da Shakespeare. I suoi versi attraversano tutti questi mondi e lei va oltre, riesce a trovare le parole contemporanee in grado di parlare agli uomini e alle donne dei giorni nostri.
Si libera di tutto nel momento in cui ci fa capire che conosce, che sa, che sperimenta. Ed è proprio qui la sua bellezza, la sua forza, la sua capacità di rivolgersi a tutti e di trattenerci tutti ancorati alle sue parole. I suoi versi non stancano mai. Lei, che si descrive come «un’esile ragazzina nera, / Discendente di schiavi, / cresciuta da una madre sola» (p. 23) non esita a rivelare che sogna di «diventare presidente» (p. 23)! Già, Amanda Gorman ha un sogno nel cassetto ben oltre la poesia: ricoprire la carica più alta del suo paese.
Lo ha scritto in un tweet: contempla di potersi candidare nel lontano 2036. Sicuramente abbiamo tempo per vedere l’evolversi della carriera di Amanda Gorman. Intanto possiamo già riflettere sul significato politico di questo testo che ha scatenato un putiferio anche per le sue traduzioni nelle altre lingue, puntando i riflettori sulle competenze dei traduttori.
Ognuno la pensi come vuole, io personalmente, condivido la richiesta della poetessa. La capisco. E trovo che la Germania abbia trovato una splendida modalità di risposta. Come ricorda Il Post, in Germania l’editore Hoffmann und Campe ha selezionato un gruppo di tre donne per lavorare alla traduzione: l’attivista Kübra Gümüşay, autrice di un libro sul ruolo del linguaggio per una comunicazione rispettosa; Hadija Haruna-Oelker, giornalista afro-tedesca che ha scritto una ricerca sulle migrazioni, e la specialista di traduzione poetica Uda Strätling, che ha già tradotto opere di autori afroamericani.
Come dice Elisabetta Migliavada, direttrice della narrativa della Garzanti: “il messaggio che la Gorman ha voluto lanciare al mondo è politico, è volto all’inclusione e alla rappresentanza, è un invito ad accogliere le differenze e valorizzarle, dando spazio e voce anche a chi fino a ora ne ha avuti meno”. Messaggio di non facile percezione, le resistenze sono tante, ma Amanda Gorman non teme nessun ostacolo nella sua lotta all’inclusione che come abbiamo visto non è solo parte del contenuto della poesia The Hill We Climb ma anche obiettivo da perseguire oltre ogni lingua, confine e geografia.



