Allevamento intensivo, sfruttamento, sovraproduzione, inquinamento. Tutte parole che ci rimbombano continuamente nella testa grazie a giornali, tv e radio che ormai ne parlano da un
paio di decenni. Ma conosciamo davvero il significato di questi concetti? Conosciamo davvero quello che ci sta dietro?
Michael Pollan, giornalista e saggista newyorchese, ha trattato più volte questi temi aiutandoci a
comprendere più a fondo il mondo della produzione alimentare. Il “Il dilemma dell’onnivoro”
(https://www.adelphi.it/libro/9788845927829) è il più completo dei suoi scritti sul tema, un viaggio, non metaforico ma letterale, nel mondo della produzione alimentare, dalle materie prime (si potrebbe dire La materia prima) fino al cibo che troviamo in ogni supermercato.
La prima parte del libro è interamente dedicata alla materia prima per eccellenza dell’industria alimentare moderna: il mais. Il mais che si cela sotto decine di nomi differenti (amidi, sciroppi,
emulsionanti, …) e a volte incomprensibili (HFCS, lecitina, destrosio, acido citrico…). Il mais non è più sinonimo di polenta e tortillas, ma entra nella nostra alimentazione in una moltitudine di forme diverse, sottoforma di bevande dolcificate, amidi, merendine, e sì anche sotto forma di bistecca o hamburger.
Il mais, grazie alle sue rese e ai sussidi statali, ha soppiantato la maggioranza delle coltivazioni, soprattutto negli Stati Uniti, e in Europa non ci si distanzia molto. Pollan ci porta con sé in viaggio
tra le più grandi industrie produttrici e lavoratrici di mais negli USA. Prima ci spiega come il mais,
grazie alle sue caratteristiche che in natura lo renderebbero una pianta sfavorevole alla riproduzione, in sinergia con l’uomo si è fatto strada nell’industria, rivoluzionando interamente la catena di produzione alimentare. Tramite silos giganteschi i chicchi di mais entrano nelle grandi industrie in cui sono scomposti in decine di elementi diversi tramite tubi e macchinari da laboratori chimici. Così gli zuccheri e amidi vengono separati dalle altre componenti oleose e alcoliche; ciascuna componente viene poi impacchettata e spedita nelle industrie dove viene associata ad altri ingredienti per arrivare al prodotto finito da vendere nei supermercati.
In questa nuova produzione alimentare emergono due soli beneficiari: il mais e le grandi industrie
alimentari. Sono queste ultime che spingono e governano direttamente o indirettamente l’intera
catena del valore aggiunto, con lo scopo di aumentare in modo spropositato le loro produzioni
mantenendo costi di produzione sempre minori per alimenti che contengono ormai più elementi
chimici industriali che “cibo vero e proprio”. Il mais non è più un alimento ma una “commodity”
industriale.
Pollan si sposta poi nel secondo più grande consumatore mondiale di mais: i grandi allevamenti.
L’autore ci porta con sé in vari allevamenti dello Iowa, dove segue l’intero ciclo di vita di mucche e
polli che vengono ingrassati a tempo di record per arrivare il più presto possibile ai banchi del
supermercato e sulle tavole dei consumatori. Animali costretti a mangiare mais, un cereale che i loro stomaci non sono nemmeno in grado di sopportare se non grazie a quantità di antibiotici e
medicinali che li proteggono e ne prevengono il collasso. Di sicuro non il modo più naturale e
sostenibile di allevare animali.
Ma per fortuna esistono anche allevamenti sostenibili. Sostenibili e non biologici. Biologici non è
più sinonimo di rispetto dell’animale allevato, delle verdure coltivate o dell’ambiente. Biologico
esclude l’utilizzo di antibiotici e sostanze chimiche ma non esclude allevamenti o coltivazioni
intensive. Sostenibile è l’aggettivo che invece meglio descrive l’ideale di coltivazione e
allevamento a cui tutti alludiamo.
La ‘fattoria’ di Salatin, uno dei pochi allevatori che ancora segue e rispetta il decorso della natura, in cui ci porta Pollan è totalmente sostenibile. Coltivazioni e allevamenti hanno ancora una stagionalità e questo è un primo e importante indicatore della qualità del prodotto finale. I vitelli nascono in primavera e non sono pronti ad essere macellati prima del tardo autunno o inverno; insomma, la bistecca di manzo a giugno non era di uso comune prima della nascita degli allevamenti intensivi. Da Salatin esiste un vero e proprio ecosistema in cui erba, polli e mucche vivono in simbiosi.
Non è una semplice coabitazione ma una simbiosi vera e propria in cui a rotazione le mucche brucano nei pascoli, dove poi i polli razzolano facendo pulizia delle scorie delle vacche e gli escrementi dei polli ricchi di azoto sono concime fondamentale per il suolo. Un cerchio completo in cui le materie di scarto si riducono al minimo e le spese per concimi, mangimi, insetticidi sono annullate.
Ovviamente serve tempo, studio e dedizione per spostare tutti gli animali al posto giusto nel tempo giusto; non è comodo come lasciarli chiusi in grandi capannoni dalla nascita fino al giorno del macello. E proprio il giorno del macello è un altro step importante della catena di produzione della carne. Salatin uccide i suoi polli all’interno della sua azienda, un solo giorno a settimana.
Macellare polli e mucche tutto il giorno tutti i giorni o è fatto in modo meccanico da macchinari o fa perdere ogni senso dell’azione che chi macella sta compiendo. Anche in antichità uccidere e macellare animali è sempre stato fatto saltuariamente, spesso legando questo gesto ad un dono o ad un sacrificio a Dio, come a giustificare l’uccisione. Chi uccide e macella non dovrebbe perdere cognizione delle azioni che sta compiendo. Ma non è così che vanno le cose nei grandi macelli e sapere con esattezza cosa succede dentro a quei capannoni sembra quasi impossibile. Le misure di sicurezza e segretezza sono altissime, ma è certo che se le pareti dei macelli fossero di vetro e ciascun consumatore avesse l’opportunità di vedere come la mucca diventa bistecca, molte meno persone
comprerebbero quella carne a pochi euro al chilo al banco del supermercato.
L’obiettivo di Pollan non è convertire tutti al vegetarianismo o addirittura al veganismo. Anzi, per
concludere il suo viaggio Pollan prepara una cena andando a caccia per procurarsi lui stesso gli
ingredienti di cui ha bisogno! D’altronde è anche grazie all’introduzione della carne nella nostra
dieta e soprattutto all’abilità di cuocerla, che l’uomo è riuscito a sviluppare capacità che altri
animali non hanno ancora raggiunto. L’uomo è sempre stato onnivoro ed è grazie a questo che la
civiltà moderna esiste. Ma la carne, così come il pesce, sono sempre stati alimenti “di lusso” nella
dieta, alimenti costosi e che raramente ci si poteva permettere.
Con l’avvento delle coltivazioni e degli allevamenti intensivi il prezzo è crollato, il consumo è aumentato spropositatamente e in modo inversamente proporzionale è diminuita la consapevolezza del consumatore. Quanti di noi conoscono quello che hanno nel piatto? Sappiamo davvero da dove viene, come è stato cresciuto, quanti mesi di vita aveva quel pollo o quel manzo che stiamo per mangiare? Per non parlare delle crocchette di pollo o dei burger dei fast-food, per i quali davvero dovremmo chiederci da dove vengono e come sono stati ottenuti gli altri ingredienti che costituiscono almeno la metà dell’alimento finale.
C’è molta consapevolezza da ricostruire e trasparenza da restituire al consumatore. Ogni
consumatore dovrebbe avere questi due pilastri fondamentali come primi ingredienti del carrello
della spesa. La scelta finale se mangiare carne, quale carne e in che quantità rimane solo del singolo individuo, ma deve essere basata sulla conoscenza e sulla consapevolezza. E il libro di Michael Pollan è un contributo importante verso la costruzione di questa consapevolezza.



