
Le sorelle Brontë, Charlotte, Emily e Anne, detengono un posto d’onore nella classifica delle migliori autrici di lingua inglese nella letteratura di tutti i tempi e i loro romanzi migliori, Jane Eyre, Cime Tempestose e La Signora di Wildfell Hall, si mantengono ben saldi tra le letture più longeve e amate.
In quanti invece conoscono il brother in the shadow, il fratello nell’ombra, Patrick Branwell Brontë? Solo qualche studioso/a di letteratura inglese, alcune bookblogger tra le più sensibili, le appassionate di storie famigliari un po’ creepy.
L’unico figlio maschio del Reverendo Brontë, vedovo dal 1821, nacque nel 1817, un anno dopo Charlotte, una anno prima di Emily: la famiglia nutriva grandi aspettative, il Reverendo gli fece studiare il greco e il latino privatamente perché lo riteneva troppo ‘nervoso’ per l’ambiente scolastico.
Il gruppo composto da Charlotte, Emily, Branwell e Anne, cresciuti dunque orfani, aveva l’abitudine di raccogliersi nella stanza dei giochi per scrivere le pagine di due cicli leggendari: su Angria lavoravano Charlotte e Branwell, su Gondal invece Emily e Anne. L’immaginazione della progenie Brontë era sconfinata, il loro amore per le storie avventurose, romanzesche fruttuosamente invadente.
Nonostante le premesse, Branwell si dimostrò un fallimento, nessuna delle discipline in cui si cimentò (la poesia, la prosa, la pittura) gli procurò il minimo riconoscimento, al contrario delle sue brillanti sorelle: Patrick Branwell Brontë è il ‘fratello nell’ombra’ che sintetizza in limine mortis la propria esistenza con le tragiche parole: «Nella mia vita non ho fatto niente di grande o di buono» (e non è la verità) confutando e ribaltando l’affermazione di uno scritto giovanile in cui vedeva certo per sé un fulgido successo.
Il professor Silvio Raffo, poeta e studioso di poesia anglo-americana, oltre che traduttore dell’opera di Emily Dickinson, così si esprime nella bellissima prefazione al volume Poesie di Patrick Branwell Brontë, un volumetto prezioso nel quale, per primo in Italia, traduce le liriche del Brontë boy (La vita felice edizioni)
Secondo Raffo, l’unica che ha davvero compreso, dopo aver indagato nei luoghi e tra le carte di famiglia, le dinamiche intime di Branwell è la scrittrice Daphne du Maurier, l’autrice di Rebecca, nel suo The Infernal World of Branwell Brontë. L’opera, vergognosamente ignorata e mai tradotta in Italia (cit. Silvio Raffo), ci restituisce il ritratto di un giovane gentleman raffinato e cortese con occhi sempre luminosi di gioia, dal fascino irresistibile. Un ragazzo infelice perennemente in cerca della madre perduta, soffocato da un padre dispotico e ansiogeno che lo ossessiona con il suo apocalittico fanatismo religioso; un artista di valore distrutto dalla mancanza di autostima e di riconoscimenti da parte di chi lo circondava, come scrive ancora Raffo nella prefazione.
Con immenso piacere, la vostra autrice vi offre in anteprima assoluta la traduzione, a sua cura, della prefazione di Daphne du Maurier al suo ritratto di Branwell, certamente in parte romanzato, The Infernal World of Branwell Brontë. Eccola.
Quando la Signora Gaskell pubblicò la sua biografia di Charlotte Brontë nel 1857, dipinse un ritratto così vivido della vita nella canonica di Haworth, e della talentuosa e fugace famiglia residente tra le sue mura, che da allora tutte le biografie scritte sui Brontë sono state basate su di essa.
Sono passati cento anni e quella biografia resta ancora insuperata, ma in questi anni tanto è venuto alla luce sui primi scritti dei giovani Brontë, a dimostrare che, sin dall’infanzia e per tutta l’adolescenza, la loro vita ricca di fantasia straordinaria creò un mondo immaginario, popolato di personaggi più reali ai loro occhi dei parrocchiani del Reverendo.
Jane Eyre di Charlotte Brontë, Cime Tempestose di Emily Brontë e La signora di Wildfell Hall di Anne Brontë erano tutti romanzi famosi e le loro autrici già morte, quando la signora Gaskell scrisse di loro. Ciò che ella non comprese fu che nessuno di quei romanzi sarebbe esistito se non fosse stato per il mondo fantastico nel quale le loro creatrici vissero durante l’infanzia, un mondo in larga parte ispirato e diretto dal loro unico fratello, Patrick Branwell Brontë.
Né la signora Gaskell né il Reverendo Brontë potevano sospettare che nel solaio della canonica si trovavano dei manoscritti di Branwell e Charlotte, composti da centinaia di migliaia di parole – più che tutte le opere pubblicate di Charlotte, Emily ed Anne. Sebbene, esaminandoli, gli scritti di Branwell mostrino che egli non possedesse il talento sorprendente delle sue famose sorelle, essi provano perlomeno che egli visse un’infanzia ed una giovinezza di produttività quasi incredibile, spendendosi a tal punto nel descrivere le vite e gli amori dei suoi personaggi immaginari da esaurire la vena creativa prima di compiere i ventun anni.
Il Reverendo Brontë scrisse alla signora Gaskell dopo la pubblicazione della biografia di sua figlia Charlotte: “La figura del mio brillante e infelice figlio è un capolavoro.” Egli non comprendeva, non più della signora Gaskell, che quella ‘brillantezza’ esisteva in larga misura nella sua propria immaginazione, un solitario vedovo orgoglioso della straordinaria precocità e della vivacità affettuosa di un ragazzo, il cui ipotetico genio si sgretolò con l’età adulta; la cui infelicità fu causata non dalla relazione amorosa fallimentare descritta dalla signora Gaskell con troppa compiacenza, ma dalla sua incapacità di distinguere la verità dalla finzione, la realtà dalla fantasia; che fallì nella vita perché essa differiva dal suo ‘mondo infernale’.
Forse un giorno, tutti i manoscritti nati dalla penna di Branwell saranno trascritti, non solo per gli studiosi dei Brontë, ma per tutti i lettori. Un giorno la biografia definitiva di questo tragico giovane sarà pubblicata. Nel frattempo, molti anni di interesse per l’argomento e molte letture, hanno spinto la sottoscritta a tentare uno studio della vita e dell’opera di Branwell che potrebbe servire da introduzione ad esse. Se ciò servisse a portare una maggiore comprensione di questa figura a lungo diffamata, trascurata e disprezzata, e se aiutasse a reinserirlo nel suo posto originario all’interno della famiglia Brontë, dove fu tanto amato fino all’ultimo anno di disintegrazione, allora questo libro non sarà stato scritto invano.
Daphne du Maurier
Cornovaglia, 1960



