
Dove meno ce lo aspetteremmo è ambientato il romanzo Tante piccole sedie rosse (Einaudi), quello che Philip Roth definisce il capolavoro della scrittrice irlandese Edna O’Brien. Il titolo fa riferimento ad un evento ben preciso: è il 6 aprile del 2012 quando nel cuore di Sarajevo viene disposta una processione – vuota e silenziosa, ma al tempo stesso emotivamente dirompente, quanto il tuono di un mortaio – di 11.441 sedie rosse. Rappresentano gli abitanti della capitale bosniaca uccisi in anni di spietato assedio alla città. Di questi 11.441, ben 643 sono bambini.
Ma altrove, proprio nella verde Irlanda della O’Brien, lontano dallo strazio di Sarajevo e a distanza di diversi anni, si consuma la vicenda narrata: la tragedia di una donna, Fidelma, che cercando l’amore si è invece imbattuta nel Male fatto carne, un Male che la trascinerà negli abissi più bui di una tragedia che pare non voler finire mai. E di nuovo il corpo di una donna viene sfigurato per perpetuare la tragedia di odii altrui che paiono non volersi spegnere mai.
Il Male assume, come spesso accade, le forme seducenti, poetiche, a tratti salvifiche di un uomo che compare all’improvviso e il cui fascino stravolge gli equilibri di un piccolo villaggio che poco o nulla sa di Sarajevo. Proprio la tragica vicenda di una intera comunità ci ricorda, grazie allo stile asciutto, tagliente, quasi ipnotico dell’autrice, quanto il Male possa essere tanto banale quanto magnetico. Se ne indagano le radici non solo negli odii etnici e nella sarabanda della guerra, ma anche nei meandri della mente apparentemente lucida, poetica e razionale allo stesso tempo, pur nella sua cristallina follia, di pochi scellerati individui.
Edna O’Brien coglie l’attimo anche per indagare la società irlandese e britannica del nostro tempo, dai villaggi dispersi, con le loro ingenue e abitudinarie comunità, alla complessità multietnica della metropoli londinese, seguendo le peregrinazioni della protagonista alla ricerca di una redenzione da quel male che, contro la sua volontà, le si è insinuato nelle viscere.
Un romanzo potente, che ci ricorda quanto sia importante conoscere e non dimenticare le tragedie più grandi dell’umanità, affinché il loro seme dannato non attecchisca più in nessun luogo e in nessun tempo.



