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Il sogno di una cosa

È il centenario della nascita di Pier Paolo Pasolini, quest’anno, ma Il sogno di una cosa volevo leggerlo da tanto. Perché le cose della vita ti portano lontano, a volte, dalle tue radici, sebbene spesso venga voglia di tornare alle origini.

Sapevo, o forse dovrei dire temevo, che questo romanzo – Edoardo Albinati nella Prefazione lo definisce “al tempo stesso, romanzo di esordio e di conclusione” in quanto scritto e ambientato tra il 1948 e il 1949, ma pubblicato nel 1962 – mi avrebbe riportata nel bianco e nero dell’infanzia, in luoghi e atmosfere dai contorni sfumati ma sempre lì, a fare da zavorra a tutto quello che dell’infanzia viene dopo.

Sono nata nel 1975, pochissimi mesi prima che Pasolini fosse straziato all’idroscalo di Ostia; sono cresciuta parlando la lingua delle poesie de La meglio gioventù, a pochi metri in linea d’aria dalle case di Versuta dove il poeta si era rifugiato per sfuggire ai bombardamenti su Casarsa. Eppure non ho mai saputo, finché non ne ho sentito parlare a scuola, la costantemente vituperata scuola pubblica italiana, chi fosse Pier Paolo Pasolini.

Nella “grande famiglia” (in dieci, tre nuclei familiari spalmati su due appartamenti e qualche spazio comune, che negli anni ’60-’70 era tutto grasso che cola) di “metal mezzadri”, patriarcale e cattolica, in cui ho consumato infanzia e parte dell’adolescenza, quel nome – Pasolini – veniva pronunciato, o meglio sussurrato, come qualcosa di disdicevole, di maledetto, di peccaminoso.

Il sogno di una cosa, splendido romanzo del Neorealismo, racconta la fame, la miseria di contadini, braccianti, operai di San Giovanni, il mio paese, e dei paesi limitrofi: gente che, finita la guerra, si ritrova punto a capo, se non peggio: protagonisti sono i giovani – la meglio gioventù – che cercano un impossibile riscatto – il sogno di una cosa – emigrando chi in Svizzera chi in Jugoslavia: ma non c’è ideologia che tenga e come vinti verghiani i tre protagonisti del romanzo tornano al loro scoglio, ad ubriacarsi alle sagre paesane a cercare disperatamente di godersi uno straccio di vita.

La ribellione dei contadini allo sfruttamento dei padroni si consuma proprio in quegli anni, tra il 1948 e i 1949, l’anno in cui nacque mio padre; mio nonno era lì, rientrato dalla Germania dove era stato imprigionato verosimilmente dopo l’8 settembre, quando si trovava nei Balcani. Aveva vissuto in prima linea la Grecia e l’Albania e non so con che spirito fosse partito, ma posso immaginare con quale fosse tornato, dato che a Salò aveva preferito il campo di concentramento. C’era anche lui tra la folla di contadini che reclamavano il loro diritto alla terra e alla dignità? Abitava lì, a due passi dalla chiesa, nel borgo citato più e più volte da Pasolini, trascorreva il suo tempo negli stessi campi, nelle stesse stalle dove giovani e meno giovani si incontravano negli inverni della pianura friulana a raccontarsi storie di paura o di ridicole bravate. Ma se queste storielle mio zio me le ha raccontate tutte con gran profusione di dettagli, perché delle rivolte contadine non ho mai sentito parola? Perché di Pasolini non ho mai saputo nulla?

Come se non lo sapessi. Eccola lì la famiglia dei Faedis, splendidamente tratteggiata, seppure in punta di penna, prototipo di tutte le famiglie patriarcali di allora e che, a dispetto di tutto, sono durate più a lungo (quanto meno nei loro aspetti deteriori) di quanto Pasolini pensasse. La società contadina è crollata sotto la scure implacabile del capitalismo, dell’omologazione e di molto altro che è sotto i nostri occhi e che il poeta, come tutti i grandi, aveva intuito, denunciato, sviscerato con tutte le sue forze; ma non è ancora finita la soggezione delle donne ad un sistema familiare cattolico e maschilista che le ha oppresse e ne ha obnubilato le menti per decenni. Ogni singolo gesto delle donne dei Faedis – dalle risate di cui provare vergogna, all’obbedienza cieca a qualunque “ente superiore”, fosse Dio, fosse il prete o qualche santo, fosse il marito o un fratello maggiore – racconta un baratro di sofferenze represse, di sottomissione cieca e feroce del corpo, della psiche e dell’anima destinate a sopravvivere per generazioni e ad essere follemente trasmesse di madre in figlia, come se fosse la normalità alla quale è proibito derogare. E se sei nata lì, anche quarant’anni dopo, quel mondo lo riconosci alla prima riga.

Come riconosci gli squarci di natura, i chiari di luna che imperlano i vigneti, gli stessi che vedevo dal terrazzo di casa, le brine e le gelate sull’erba delle prode, gli odori della vendemmia e del vino – che non ha certo smesso di svolgere la sua funzione di anestetico sociale – le trasparenze cristalline e afose del Tagliamento.

Il sogno di “una cosa”, ultima parola del povero Eligio morente, quella cosa che si chiama riscatto, che si chiama libertà per quanto dura da conquistare e, una volta raggiunta da mantenere, se sei uscito da quel mondo lo conosci bene. È quello che seppur tardi, seppur donna, ti permette di mantenerti, di leggere, di capire, di poter scrivere e di poter dire: non c’ero, mi avete nascosto tutto perché essere comunisti, essere donne libere, cantare fuori dal coro era una vergogna, roba da confessare al prete; ma io, al sogno di una cosa e a Pasolini, anche se non volevate, ci sono arrivata lo stesso.

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