“…più o meno tutti mentono, più o meno tutti sono diversi da quello che dicono di essere.
Benché solo a uno cresca il naso.”
Che poi un romanzo così da Paolo Ciampi, mica te lo aspetti. “Il babbo di Pinocchio” (Arkadia) ti scombina già dal titolo: ma il babbo chi? Geppetto? O Carlo Lorenzini, per tutti Collodi? Sta di fatto che la storia è quella di due nottambuli, Carlo e Paolo che percorrono, appunto, nottetempo (è il 10 agosto) i luoghi della Firenze di Collodi, che è un po’ anche quella di Ciampi. Il dialogo tra i due, che a quanto pare hanno più cose in comune di quanto pensassero, è anche un dialogo con una città invisibile, una Firenze in bilico tra ciò che era (per l’uno e per l’altro) e ciò si vorrebbe fosse, e invece non sarà più. Una Firenze amatissima da entrambi ma che pare farsi i fatti suoi, quando Carlo Lorenzini si lamenta – a ragione, sicuramente – di questo nomignolo che gli è rimasto appiccicato addosso, mentre il suo vero nome, e assieme a quello tutta una vita, sembra dissolto nell’oblio. E così, con questa inaspettata storia, viene resa giustizia ad uno scrittore che fu anche un ottimo e innovativo giornalista, ma soprattutto un uomo che visse intensamente la sua epoca e ce la raccontò, che partì quasi dal nulla e divenne l’autore di uno dei più grandi best seller della tradizione letteraria italiana e non solo, con le sue vicissitudini e le sue donne, una su tutte: la madre.
Che poi, è ovvio, un dialogo tra due personaggi così non può non allargarsi in ogni dove: dalla Firenze medievale alla Firenze capitale; dal lampredotto, al peposo e al sangiovese alla guerra di Indipendenza (sapevate che Lorenzini partecipò con convinzione al 1848?); dal tumulto dei Ciompi a via dei Georgofili. Tra i due volano anche “parole grosse”: serietà e umorismo (niente è più maledettamente serio dell’umorismo), coerenza, responsabilità, rispetto, essere e apparire, menzogna e verità. E a dirla tutta ci si potrebbe pure passare il tempo su una piantina di Firenze, a ricostruire il bighellonare dei due “pigri indaffarati”: ne uscirebbe un sentiero intriso di malinconica nostalgia, di sentimenti dalle mille sfumature…di certo un sentiero che non batterebbe i percorsi del turismo, fenomeno vandalico che ha snaturato Firenze e tante altre meravigliose città italiane, con grande rammarico di entrambi. E come dar loro torto? Strada facendo, poi, ci si imbatte in Montale, Campana, Signorini, Pratolini, Rosai, Landolfi… tutta gente che cose da dire ne ha a bizzeffe, cose di spessore, ovviamente.
Che poi non è mica tutto qui…Come se fosse poco. C’è un Paolo Ciampi che lascia scivolare molto di sé in queste pagine, più del solito probabilmente. E meno male. C’è il camminatore, il fine conoscitore, il piacevole conversatore che con la sua innata e adorabile leggerezza intesse un dialogo con Firenze, con Collodi, ma soprattutto con sé stesso, alla ricerca dell’infanzia, con le sue atmosfere dolci, dell’adolescenza con le sue turbolenze e che, infine, fa i conti con un’età adulta che a sua volta non smette di fare i conti con le proprie radici, i propri rimpianti, le proprie debolezze.
Che poi “Il babbo di Pinocchio” è anche, stranamente, una narrazione che segue un suo schema, ma fluido e mai ripetitivo: c’è sempre un tu con cui fare i conti, che attende al varco di ogni paragrafo, di ognuno di quei pezzi che compongono il puzzle dei ricordi e delle aspettative, quasi un album fotografico messo insieme, immagine dopo immagine con l’aiuto di Carlo Lorenzini, per tutti Collodi, babbo di Pinocchio. C’è sempre un andare e venire, da un passato perduto per entrambi ad un presente che non si riesce ad afferrare nella sua fuga in avanti. Ma c’è, soprattutto, un romanzo piacevolissimo – e in questo l’autore non ci delude mai – scritto con la leggerezza che sempre lo contraddistingue e abitato da personaggi che poi senti per forza come tuoi amici.
Che poi…chissà perché tutti i paragrafi de “Il babbo di Pinocchio” cominciano così?



