“La morte in fondo è questo, un vuoto che non ammette rimpianti”.
C’è una compenetrazione di assenze e di pieni in questa storia. I ricordi gioiosi dell’infanzia misurano con stupita malinconia l’abbandono presente della montagna, il cancro riunisce vite distanti intessendo fili che hanno un senso, l’attesa della fine e il desiderio del sesso si incrociano nei pensieri, attraversandoli verso direzioni diametralmente opposte. Non siamo un polo e non siamo l’altro. Siamo un impasto.
“Lo sciamano delle Alpi” di Michele Marziani frange a terra ogni visione univoca, facendo emergere la complessità del vivere. Non si trova una risposta in questa storia, ma si ha la percezione assoluta che sia una vera storia. E’ un esempio per tutti i nostri vissuti, per le nostre interpretazioni di superficie, senza il coraggio di guardare i vuoti per dirsi, come la voce narrante, che una vita come quella di prima non la vogliamo più. Vogliamo qualcosa di meglio.
Il riassunto della trama la banalizza. E la vicenda non è banale con i suoi molteplici piani di riflessione. Ogni personaggio è un unico di successi e debolezze che hanno costruito le personali esistenze. Più che i fatti, che si circoscrivono insieme attorno alla morte, sono i dialoghi intimi o condivisi che fanno crescere pagina dopo pagina lo spessore di quello che ci viene raccontato. Ci sono i fatti che esistono. Ci sono le parole dei personaggi che li definiscono. E in mezzo ci siamo noi che leggiamo. E’ una storia triste? Forse. Valga l’ultima riga per tutto.
“Nella vita ci vuole coraggio. Provi ad averne, signorina”.



