Franco Michieli – geografo, esploratore, scrittore – ha pubblicato il suo snello saggio nel 2015 ma per perdersi e ritrovarsi non importa fare scelte radicali come le sue (da anni si muove senza strumenti artificiali, carte, gps, bussole, orologio, telefoni e radio; nulla insomma) ne camminate di 150 giorni come ha compiuto in Norvegia. “La vocazione di perdersi. Piccolo saggio su come le vie trovano i viandanti”, Ediciclo editore, è un testo affascinante e coinvolgente anche per i viaggiatori da seduti perché invita, sfida quasi, a lasciare le strade note per le ignote.
Obiettivo? “La possibilità di perderci e, di conseguenza, il suo opposto: l’occasione per trovare, per trovarci, per essere trovati dall’inaspettato”. Usando nella natura tutti i nostri sensi e sensazioni, anche dietro l’angolo di casa, riscoprendo tempo e lentezza, la bellezza del creato, gustandosi momenti unici. Il libro nasce dopo una traversata della Lapponia con gli sci, assieme all’amico Davide, e condensa tutta la filosofia di Michieli, il suo amore per le montagne, e per l’uomo, senza aver paura del “terreno sconosciuto”, il togliersi il ruolo da protagonista “per vederlo diffuso intorno a me, in ciò che è altro da me”.
Lui si fa guidare dalle stelle, dalla conformazione di fiumi e valli studiata prima di partire e spiega: “Vivere ore di dubbi, ma andare avanti, è un’esperienza che ci mette nei panni degli esseri viventi di ogni tempo e luogo; se la leggiamo in positivo aiuta a sentirci più vicini all’infinità di vite che per i più svariati motivi si trovano disperse”.
Il cammino, la natura, il perdersi come modo di trovare se stessi e gli altri, di accarezzare il mistero ed il sacro, di uscire dalla rete. Prendendosi il tempo per tornare un po’ bambini. Io, nonostante quello che cantava Lucio Dalla, mi perdo anche sotto i portici di Bologna, ma da domani chissà se potrò farlo diversamente. A Franco Michieli è riuscito: una volta scoperta la libertà di perdersi non l’ha più abbandonata.



