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Le barricate di Scandicci e la Comune di parigi

La memoria è uno strumento delicato – spesso inganna o è parziale – ma prezioso. Memorie grandi e piccole, private e collettive, negate  o leggendarie, che tornano a galla complici gli anniversari. Come quelle che formano il tessuto di Le barricate, il libro di Gilberto Bacci, edizioni Sicrea, che ci riportano a Scandicci cento anni fa, al biennio rosso che fu prologo dell’ascesa del fascismo e che ci ricordano come squadristi e camice nere non avrebbero potuto avere il sopravvento senza la complicità dello Stato a tutti i livelli, fino al re di casa Savoia, e delle forze dell’ordine assieme ai media.

Le barricate. Scandicci fotostoria di cent’anni fa, sottotitolo Firenze, la Toscana, il regime fascista, la rinascita democratica, parla di un passaggio decisivo per la storia della Toscana e non solo, che dopo l’occupazione delle fabbriche nel 1920 e le prime violenze delle camice nere ai danni delle Camere del Lavoro, vede il 27 febbraio 1921 l’assassinio a sangue freddo, a Firenze, per mano dei fascisti del sindacalista dei ferrovieri Spartaco Lavagnini.

All’omicidio seguì lo sciopero generale, la rivolta di San Frediano, Santa Croce, Rifredi, il Bandino, Ponte a Ema e il Galluzzo contro i fascisti — per la «pacificazione» servirà l’esercito e tra i popolani ci furono 16 morti, 200 feriti e 450 arrestati — mentre a Scandicci il 28 febbraio furono innalzate barricate, ad iniziare dal ponte sulla Greve, per impedire alle squadracce nere di devastare la città che era amministrata dai socialisti.

Furono le “tre giornate” del borgo alle porte di Firenze, con la resistenza guidata dal sindaco Silvio Cicianesi e che videro protagonista tutta la popolazione, donne e preti compresi. Anche il quel caso ci volle l’esercito, armato di autoblindo e di cannoni che furono usati anche contro la Casa del Popolo di via dei Rossi, per spezzare – il 2 marzo di cento anni fa –  l’autodifesa popolare ed aprire la strada ai fascisti, che poi si dettero alla violenza, ed alla fine furono arrestati 153 scandiccesi.

Ma quello che fa più male, che fa riflettere, è che la stampa italiana — La Nazione in particolare — magnificò il ritorno all’ordine ed esaltò i fascisti, mentre in Francia si fece il paragone con la Comune di Parigi ed un giovane giornalista, Palmiro Togliatti, su Ordine Nuovo scriveva che si trattava «di una legittima insurrezione contro uno Stato che ormai aveva svelato il proprio gioco, aveva gettato la maschera, ed aveva fatto causa comune con i fascisti».

La caccia agli antifascisti durò per anni, in Toscana in sei mesi, nella totale impunità, furono bruciate o devastate 59 Case del Popolo, 119 Camere del Lavoro, 83 sedi di Leghe contadine, 141 circoli di Socialisti, Comunisti e Popolari, 100 circoli culturali, 28 sedi di sindacati, con 173 morti e oltre cento feriti, e l’anno successivo avvenne la marcia su Roma.

Oggi quel ponte sulla Greve si chiama Ponte 28 febbraio e il libro di Bacci, arricchito di foto e documenti, riporta alla luce fatti e personaggi, sottolinea il legame di quei fatti con la Liberazione e con il dopoguerra. Ci fa memoria, appunto, di cosa eravamo e di cosa avrebbe potuto essere.

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