Vai al contenuto

Metti tre vecchi e una diga a cena

La cena dei coscritti di Michele Marziani (Bottega Errante Edizioni) racconta di tre anziani che in un paesino di montagna spopolato si oppongono alla costruzione di una diga.

O meglio, è un pretesto riuscito, divertente e amaro per far passare anche altro. Dello spopolamento delle montagne ne sentiamo parlare dagli antropologi, dai geografi, da quelli che hanno studiato insomma, con parole adeguate, neutre, scientifiche e oggettivamente comunicative.
Ma prendi tre vecchi, perché anziani è parola troppo elegante per questi luoghi, con vite diverse, ma con lo stesso anno di nascita, e fattela raccontare da loro la storia del progressivo abbandono di Riva Cannobbia e della vitalità dell’esistenza. Allora scopri che certe cose della montagna per essere capite fino in fondo hanno bisogno delle riflessioni che hanno le stesse forme dei luoghi in cui sono nate, che certe cose devono essere dette da chi le vive più che da chi le studia.

“Tutto questo dovrei dire a Mario (ndr il figlio del protagonista) per quel che mi riguarda, ma tutto questo è quello che non sono mai riuscito a dirgli. Se gli avessi trasmesso l’odore della resina, lo scrosciare del torrente, l’immergersi del sole dietro la montagna, la storia delle case metà in legno metà in pietra… Se invece di dirgli studia, lavora, fatti una posizione, gli avessi detto ascolta… Be’ oggi non sarei qui a cercare una risposta da dargli. Mio padre non parlava mai e quando domandavo diceva: guarda, ascolta, impara”.

E quando le cose le capisci e le vivi fino in fondo, ci vedi dentro un’ironia che ti dà la chiave divertita e amara del tutto. La capisci la montagna nelle parole di Pino che non vuole la diga. Eccome se la capisci. Come pure capisci Pino che non vuole la vecchiaia. L’acme esilarante di quello striscione “W LA FIGA, ABBASSO LA DIGA!”, issato dai tre vecchi sui muri della baita, tra i fumi dell’acquavite distillata di straforo per sostenere il movimento di resistenza e per sostenersi nei momenti difficili, è il punto catartico. Da lì poi il declino, verso la verità, verso i tradimenti delle amicizie, verso il finale non voluto. Ma quando sei alla fine, la storia non si chiude, ma piega in una direzione inaspettata che ti costringe a rileggere tutto con un’altra chiave di interpretazione.

La cena dei coscritti è un racconto fuori asse, come i suoi protagonisti, e come tutto ciò che è divergente ci impegna a pensare mentre lo leggiamo. E a continuare a pensare quando lo chiudiamo. Forse un po’ anche a noi stessi, al nostro rapporto coi luoghi e con la vita.

Condividi l'articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *