Vai al contenuto

Caduti dal muro: e io dove ero?

Caduti dal muro (Vallecchi), un libro purtroppo difficile da trovare e che andrebbe senz’altro ripubblicato. Più che un libro: un viaggio lunghissimo, di ricerca, di scoperta, verrebbe da dire di formazione, se non fosse che stiamo parlando anzitutto di Tito Barbini, uomo dalla storia personale intensa, uno di quelli che la vita l’ha vissuta, eccome; e poi parliamo di Paolo Ciampi che, in materia di viaggio (e non solo) staresti ad ascoltarlo per ore.

La formazione, qui, spetta tutta al lettore…e da lettrice nata alla metà degli anni ’70, mamma mia, quante domande vorrei fare a questi due amici, scrittori, maestri; man mano che vai avanti, di tappa in tappa – dalla Germania alla Polonia, all’Ungheria, all’Ucraina e fino alla gelida Siberia (dove la steppa è sterminata come la quantità dei suoi paesaggi uno diverso dall’altro), per poi scendere in Cambogia, in Vietnam, in Cina e infine rientrare da quella porta (che vien da dire laddove proprio tutto finisce) che sono i Balcani – ti viene voglia di infilarti nella corrispondenza tra i due: Tito, ad ogni tappa, scrive e Paolo – una generazione dopo – risponde. Anche tu vorresti dire la tua, ma soprattutto chiedere, e ti chiedi: ma io, dov’ero?

9 novembre 1989: è l’unica immagine, forse la prima, veramente bella trasmessa dai telegiornali che chi ha la mia età ricorda in modo nitido, con i brividi in corpo perché, anche se hai solo quattordici anni e di guerra fredda non sai niente, percepisci lo stesso il peso e il rumore di quel muro che cade.

E quel peso e quel rumore si avvertono tra una tappa e l’altra, le riflessioni tra i due si susseguono, pare stiano parlando tra loro ma non è così: questo non è un reportage come un altro. È un viaggio nello spazio – enorme, immenso – dell’Est, nel tempo, nella storia di un ideale coltivato con dedizione, con speranza, con passione per una vita intera; è la storia dell’utopia del comunismo, narrata da chi l’ha vissuta, respirata, ereditata e sulla quale Barbini non smette di interrogarsi e sulla quale Ciampi non smette di interrogarlo. Cosa ne è stato di quel grande sogno collettivo? Cosa ne sappiamo veramente noi?

Ricordando Ryszard Kapuscinski Tito Barbini ricerca il senso del suo percorso in quella che pare essere una vera e propria malattia: “Un viaggio non inizia nel momento in cui partiamo né finisce nel momento in cui raggiungiamo la meta. In realtà comincia molto prima e non finisce mai, dato che il nastro dei ricordi continua a scorrerci dentro anche dopo che ci siamo fermati. È il virus del viaggio, malattia sostanzialmente incurabile”. Ecco: questo libro ti contagia, ti spinge a farti le stesse domande, a fare i conti con la tua generazione, che non sta mai da una parte né da un’altra: ma quali sarebbero, poi, le parti per noi, generazione con le spalle… al muro?

Tito Barbini parte con un bagaglio interiore di cui non riesce mai a liberarsi del tutto perché, come dice Paolo Ciampi, “il viaggio è un modo per conoscere la propria geografia”. Non so se chi ha scritto questo prezioso carteggio se ne sia accorto, ma di sicuro – strada facendo – dalle loro valigie è caduto più di qualche pezzo… ebbene, noi lettori quei pezzi li abbiamo raccolti tutti e messi in saccoccia, le loro domande sono diventate le nostre e chissà che con questo equipaggiamento non ci venga finalmente voglia di intraprendere nuovi voli, possibilmente al di là di qualunque muro.

Condividi l'articolo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *