
Spesso i racconti dei viaggiatori ci ispirano i nostri prossimi vagabondaggi, ma ci sono libri che invece ci portano in luoghi in cui non possiamo (e forse non potremo mai) andare. Il giardino luminoso del re angelo di Peter Levi (Einaudi, traduzione di Marco Bosonetto) è uno di questi, perché racconta un viaggio compiuto in Afghanistan nel 1969, lungo un itinerario che oggi è irripetibile.
Quando Levi racconta di aver visitato il santuario di Gazurgah, «che si trova sul fianco di una collina sopra Herat» e riferisce di aver incontrato un anziano cieco che «salmodiava il Corano in un angolo del cortile», aggiunge che «in Afghanistan e in Persia questi cantori ciechi s’incontrano un po’ dappertutto. […] A Istalif, vicino a Kabul, ne vedemmo un altro che si aggirava, guidato da un ragazzo, per i sentieri di un folto giardino, chiaramente cercava il suo roseto preferito; il ragazzo colse una grossa rosa centifoglie e gliela fece annusare». Un «dappertutto» a noi inaccessibile.
Un libro prezioso, dunque, perché conduce in un mondo in cui si può entrare solo attraverso la lettura. In più, scritto con cura, eleganza e precisione, come si conviene ad un amante dell’archeologia e della letteratura greca. Molti liquidano Peter Levi come il compagno di viaggio di Bruce Chatwin, ma dopo aver letto questo libro viene il pensiero di invertire la formula: e se, persino nello scrivere di viaggi, Levi fosse stato migliore di Chatwin? Levi, comunque, non continuò in questo settore della letteratura, e si dedicò alla poesia. Cosa che non stupisce, perché già ne Il giardino luminoso ci sono versi incastonati nella prosa e ci sono descrizioni che per la sensibilità e la capacità di evocazione che dimostrano starebbero bene in una poesia.
Non è però l’abilità tecnica dell’autore, da sola, che mi fa amare un libro. Ci vuole anche l’affinità di gusti e sentimenti, ovvero i riferimenti a esperienze analoghe, così che all’ammirazione per lo scrittore si mescoli la simpatia per l’uomo.
Leggendo Il giardino luminoso, questo rapporto è nato molto presto, nelle prime pagine in cui l’autore racconta dei suoi giorni a Istanbul: «Un mattino parlai a lungo in francese con un riparatore di tappeti ebreo dentro un negozietto che mi piaceva pensare simile a quello di mio nonno». A partire da frasi come queste si comincia a viaggiare davvero insieme.
Un altro esempio notevole di questa complicità, oltretutto allargata a precedenti scrittori, si trova verso la conclusione del racconto: «Imparammo ad amare Faizabad, e capimmo perché sia il tenente Wood sia Marco Polo vi avessero soggiornato volentieri. Ci piacevano le botteghe e i buffoni di paese, le greggi immense e i pastorelli smilzi, ci piaceva la sensazione di essere al termine di una lunga strada, come nell’ultimo villaggio al termine di una ferrovia».
Provate a riscrivere queste righe andando a capo dopo le virgole e il punto: non suona come una poesia?



