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Peninsulario

Non so voi, ma personalmente non sono e non sarò mai uno di quei lettori con il feticismo dell’oggetto libro. Sarà perché sono cresciuto comperando i paperbacks a quattro lire alla Standa, quei libri che aprivi e l’odore resinoso della colla era tanto forte da stordirti.

Sarà perché sono cresciuto leggendo libri dozzinali (come si definivano a quei tempi; e non lo erano) e non badavi a quel che facevi al libro mentre leggevi, tanto libri grossolani erano, li leggevi in due giorni e sotto un altro.

Sarà questa la ragione; fatto sta, appartengo, ormai da sempre, a una malarazza di lettori. Non uso i segnalibri, tanto per dire. Mai usati. Mi scivolano dalle pagine, e mi ritrovo a perdere il segno. Oppure comincio a nutrire paranoie: magari, qualcuno in casa mi ha spostato il segnalibro, per dispetto. Così, niente segnalibro. Ai libri faccio le orecchie. Provo un gusto tutto particolare a piegare un angolo di pagina di un libro e ho le mie regole.

Quando ho finito un capitolo, piego l’angolo in fondo della pagina. Quando ho finito un capitoletto, il quale magari va a interrompersi a metà pagina, piego l’angolo superiore. Quando per qualche ragione interrompo la lettura, piego la pagina in modo da far combaciare l’ipotenusa del triangolino dell’orecchia (chissà perché poi a chiamarle “orecchie”: se “orecchie” sono, trattasi di orecchie
venusiane o vulcaniane, non certo umane) con l’ultima riga dell’ultimo paragrafo sul quale mi sono interrotto. Poi, non esito a piegare il libro per leggere la pagina di destra. Me ne frego se la costa finisce per rigarsi tutta e il titolo diventa illeggibile.

Quando leggo un buon libro, lo divoro. Se i miei occhi avessero denti, addenterebbero avidamente la pagine, le parole: tac tac tac tac tac. Ovviamente me ne frego anche se sulla pagina lascio giù ditate di unto o sbaffi di sugo. Se un libro mi prende, leggo anche mentre mangio e più di un mio libro ha mezze lune di fondi di caffè apposti come timbri d’Ufficio Qualità. Fondo di caffè su pagina di romanzo
uguale qualità, qualità qualità.

Perciò, a me piace, insomma, i miei libri abbiano aria vissuta. Magari non li devasto, mentre li leggo, ma sì, non mi dispiaccio se alla fine della lettura li ritrovo malconci. Ma anche così, devo dire, l’aspetto dell’ultimo libro di Marino Magliani dallo strepitoso titolo “Peninsulario” dà del filo da torcere anche a un soggetto di malarazza come me. I bordi delle pagine di Peninsulario sono sfrangiati e frastagliati
come se le avessero per davvero addentati denti di pescecane. Persino a me piange al cuore a vederlo rovinato così. Ma non mi è stato possibile fare altrimenti.

Marco Saya Editore stampa i libri alla vecchia maniera. Acclude un taglierino (di carta, non di metallo) e con detto taglierino devi tagliarti le pagine. Ho scoperto di non essere granché bravo a tagliare le pagine. Del resto, credo di averlo fatto solo un paio di volte in vita mia, e l’ultima volta dovevo avere un’età esprimibile mediante l’uso di una cifra sola. In più, la prosa di Magliani è così vorticosa da costringerti a leggere ai mille all’ora. Così tagliavo il più in fretta possibile, zan zan zan, e ho fatto un massacro. Un massacro di cellulosa. Adesso guardo la copia del libro e mi piange il cuore.

Tuttavia, questa esperienza di lettura, mi ha fatto riflettere, tanto per cominciare, sull’espressione americana “turn-page novel”. Le novelle di Marino Magliani sono senza dubbio “turn-page stories”, ma dovendo tagliare la pagina, sei costretto a fermarti. A prendere fiato. A riflettere. Quanti dei romanzi là fuori sono effettivamente “turn-page novels”? Di quanti romanzi vorremmo effettivamente voltare pagina e continuare a leggere? Voltare pagina è un gesto automatico. Così leggi e volti pagina perché è facile farlo.

Ma se tutti i libri di romanzi e racconti fossero stampati alla vecchia maniera come li mette in commercio Marco Saya Editore di quanti volteremmo veramente la pagina? Di quanti prenderemmo il taglierino e taglieremmo la pagina successiva per continuare a leggere? Di quanti ci domanderemmo: “Che faccio? Taglio o non taglio?” Ad esempio, nella raccolta di racconti di Marino Magliani della prima novella dal titolo “Manico” ho tagliato tutte le pagine manco fossi un samurai. Udire la carta squarciarsi è stata per me un’esperienza simile al sesso. In più volevo vedere questo Manico cosa avrebbe fatto, dove sarebbe finita tutta la faccenda.

Mi impressiona notare quanto Magliani così ancorato, nei suoi lavori, al territorio, così attento alla territorialità, ci regali, in questa raccolta, personaggi così vividi, così potenti. Questo mi porta a pensare che possiamo spendere mille parole sull’importanza del territorio e dell’ambientazione, ma carne e sangue possiedono una forza che zolle di terreno, pendii verdeggianti, marosi spumeggianti alla fin fine proprio non possiedono. Vien in mente l’adagio volgarotto: val più un pelo…

D’altra parte, questi personaggi creati da Marino Magliani parlano la loro terra. Traboccano territorialità. Come se dalle loro bocche si rovesciassero fuori con i suoni anche pezzi di terreno della Liguria o magari scaglie di conchiglia raccolte da una riva. I personaggi di Magliani profumano Liguria. Sono impastati di territorio ligure.

Sicché, si può ben dire esista una specularità tra personaggi e territorio. Un’osmosi. Non è detto che per raccontare un territorio, la sua conformazione, la sua faccia, l’assioma sia descrivere la superficie argentata dei mari o architetture urbanistiche. Raccontare un personaggio, se questo personaggio è vero, restituisce in un gioco di specchi riflessi colori di un territorio, sapori di un ambiente, salmastro e salsedine, l’aroma stordente dell’agave, il fruscio della sabbia, il filo di sabbia nella scarpa di tela…

Facciamo un esempio. L’incipit di “L’uomo veloce”. “L’avevo salutato come si fa coi turisti, un cenno gentile, col capo. E lui mi aveva restituito il saluto, come usano fare i turisti che sanno bene di essere a casa altrui, ma che un po’ hanno preso confidenza col posto. Anche se io allora non lo sapevo, frequentava la vallata da parecchio. Era estate, portavamo entrambi pantaloncini corti, maglietta, scarpe da ginnastica, lui di buona marca, non più nuove, e un cappellino chiaro. Era la sua divisa”.

Ecco. Nel “cappellino chiaro” c’è impresso tutto il quadro. Come in una sorta di frattale michelangiolesco. E non di descrizioni urbane o di panorami parliamo. Eppure quel cappellino è un imbuto fatto di specchi e dentro ci finisce tutto, vedi tutta Liguria. E poi ovviamente la poesia di questo grande autore, quasi commovente per quanta bellezza celi dietro agli occhi e riversi sulla pagina. Come qui, in questa noterella, a pagina 13.
“A ogni racconto di questa raccolta corrisponde una valle più o meno sperduta del Ponente Ligure, e due dei racconti sono ambientati nella stessa valle, ma a quote diverse. Forse non si dovrebbe parlare di vere e proprie vallate, ma piuttosto di penisole, di un pugno di estremità della regione costiera, i cui microcosmi, qua e là, esondano dai margini della finzione. Il racconto più a levante è ambientato in Valle Impero, la vallata lunga che risale da Oneglia, divisa dal torrente che dà anche il nome a Imperia. Accanto c’è la Val Prino, molto più corta e gentile. Poi la Valle Argentina e l’ultima, la più a ponente, è la terra di frontiera”

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