
Tante storie in una storia. Un po’ come la coralità della vita che si compone di singoli in una comunità. Un pugno di uomini e di donne, nella Carnia prealpina, portano ognuno il suo filo dell’esistenza per comporre un arazzo a trama grezza, ruvida, qua resistente, là rattoppata malamente, là strappata irrimediabilmente. Una narrazione originale, spezzata per figure e chiusa in una cornice che fissa linee di sguardo differenti sugli stessi luoghi e sugli stessi avvenimenti in uno scavo progressivo che risucchia nel pensiero nudo e diretto di questa gente.
Molti sono i personaggi che popolano le pagine de La Valle dei Ros di Raffaella Cargnelutti (Bottega Errante). Cattivi e buoni tutti sono scarnificati dal progredire degli eventi del vivere. Sono protagonisti assoluti della narrazione del loro capitolo che delinea un mondo lontano nei gesti, nelle parole, nelle modalità di relazione, nell’accettazione e nella ribellione verso ciò che accade. Un mondo che non ci appartiene più, ma che c’è stato.
La Valle dei Ros porta a comprendere i residui, le traccia di mentalità o di manufatti sopravvissuti nelle pieghe dei nostri territori ai piedi delle montagne. Eravamo così. Vivevamo così. Nessun giudizio grava sulle esistenze dei personaggi nello sguardo che dipana le loro vite in un filo ineluttabile e non morale.
Eravamo così. E ce lo siamo dimenticati nel ritenerci puliti, civilizzati, rispettosi dell’altro, colti e agiati. Guardare dentro ai tempi in cui l’esistenza era definita a colpi secchi, sotto i quali o resistevi prendendo nuova forma o ti disintegravi, è un atto di crescita che più che uno spessore storico porta con sé il riconoscimento delle nostre radici affondate in un’umanità forse più ferina, ma potentemente autentica.



