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Dürrenmatt e i morti che hanno sempre ragione

Il sole squarciò le nuvole, sparì di nuovo, poi ricomparve in un gioco tumultuoso di nebbie e nubi a frotte: colossi che irrompevano da ovest, si ingorgavano contro le montagne, gettando ombre selvagge sulla città distesa lungo il fiume – un corpo inerte adagiato fra boschi e colline…avido, assorbiva dentro di sé quello spettacolo: era bella la Terra.

Parrebbe una natura romantica, quella descritta da Friedrich Dürrenmatt in una delle rare aperture paesaggistiche de Il giudice e il suo boia (Adelphi): raramente nei dintorni di Berna pare splendere il sole, per lo meno nel novembre del 1948. La data in cui hanno inizio le vicende di quello che è tutto fuorché un giallo, appare scandita inequivocabilmente nelle prime righe del romanzo – La mattina del tre novembre millenovecentoquarantotto – eppure la dimenticherete subito perché Dürrenmatt tende ad abitare altre dimensioni. L’ambientazione delle vicende, infatti, appare quasi indefinita, sia nel tempo, sia nello spazio e ben poco contano quella data e la città di Berna con i suoi dintorni.

Gli spazi, soprattutto quelli aperti, quando vi è concesso di respirare un po’ d’aria fresca, sono definiti invece dal contrasto tra il buio (e fa quasi sempre buio) e i rari momenti di luce, come quello citato in apertura; la notte si fa, oltretutto, sempre più densa e sinistra man mano che ci si avvia alla conclusione del romanzo, specialmente quando, sempre al buio, il protagonista dovrà scontrarsi fisicamente col suo nemico, a simboleggiare l’eterna lotta tra il Bene e il Male, incarnata da Bärlach, il poliziotto impenetrabile e impassibile e Gastmann. I due sono legati indissolubilmente da un episodio quasi banale e determinato da null’altro che dal Caso: una scommessa che in una sola notte di quarant’anni fa li ha incatenati uno all’altro per tutta la vita, fino a un epilogo tanto tragico quanto grottesco, riassumibile nell’eterno interrogativo: “Che cos’è l’uomo?”.

Allo stesso modo scoprirete che anche lo scorrere del tempo appare indefinito e indefinibile, perché scandito più dal rigore del ghiaccio e dal maltempo che da un effettivo trascorrere delle ore: è la percezione temporale del protagonista, scandita dal suo tempo interiore, che è quello di un uomo avviato alla morte: è la percezione del tempo di chi, di tempo, non ne ha più.

Pare quasi un caso che non si risolve mai, fuori da qualunque logica, quello che vede contrapporsi il giudice all’imputato: d’altra parte non cercate in Dürrenmatt una trama, perché potrebbe non esserci, o essere del tutto secondaria se non insignificante: lo stesso protagonista di fatto non agisce. Il contrasto tra Bene e Male si dipana unicamente nel suo pensiero, la soluzione gli è nota in partenza; fa piuttosto da spettatore a Tzchanz, il giovane collega che agisce e anche il suo agire appare di fatto noto in anticipo a Bärlach, che sembra aver scelto per lui un ruolo ben preciso: ma quale? E poi chi è Giudice di chi? Fate un po’ voi, tanto alla fine la morte porrà il suo sigillo silenzioso quanto ineluttabile.

Infine non possiamo congedarci da questo romanzo senza chiamare in causa un personaggio apparentemente secondario: lo scrittore. Uno dal quale Bärlach va controvoglia: d’altra parte gli scrittori sono tipi ambigui… eppure l’uomo in questione pare essere “informato sui fatti”. Lo scrittore si sente sottovalutato dalla società, gli scrittori non hanno mai amato i poliziotti, pensa Bärlach, e li guarda con sospetto perché teme di poter finire in uno dei loro libri: Se non ci schiaffa nel prossimo romanzo è un autentico miracolo, pensò; oltretutto gli scrittori si prendono troppo sul serio…

Eppure lo scrittore finisce per essere l’unico in grado di fargli da contraltare, l’unico con cui si confronta sul nichilismo che è alla radice del male: In lui [Gastmann] il male è espressione non di un principio filosofico o di una pulsione, bensì della sua libertà: la libertà del nulla. E quel che rimane del Nulla sono i morti, anche se Bärlach non amava i morti, e in genere li lasciava in pace anche perché, a differenza di scrittori e poliziotti, i morti hanno sempre ragione.

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