
Se ci fosse un’isola per i libri che sferrano un colpo al cuore, ecco, in quell’isola certamente farei sbarcare La furia del mondo di Cesare De Marchi (Feltrinelli). Perché questo romanzo sontuoso, in certe parti tenebroso, di un realismo lucido e aspro, scritto con un periodare complesso, un lessico ricchissimo e una ambientazione storica profonda ancora mi dà i brividi, quando lo riprendo in mano. Il coraggio di Cesare De Marchi, scrittore e germanista riservato ma prolifico, vincitore di un Campiello con un altro volume, Il talento, è quello di riuscire a trasformare in un classico moderno una storia antica che ancora ci interroga in maniera tormentosa sull’esistenza, anzi sulla necessità dell’esistere.
Adam, il protagonista, viene alla luce, secondo figlio di una famiglia contadina, verso la fine del Settecento, in una cascina di Göltenhof, un borgo sperduto nel principato tedesco di Hohenlohe, oggi uno dei circondari dello stato tedesco del Baden-Württemberg.
Dire che viene alla luce è forse troppo. Piuttosto cade in un abbaglio, in un vuoto indefinito, in un precipizio stridente, ruvido e rumoroso. Senza fiato se non per il primo pianto. Comincia così, il romanzo, dalla nascita di Abel e dalla sua crescita vista sempre, per lunghe, affascinanti pagine, dalla parte del bambino: la culla dondolante, le braccia e i seni turgidi della mamma e delle nutrici, le prime voci dei familiari, la terra dell’aia, la paglia sotto il tavolo illuminata di luce, l’odore della stalla.
Abel cresce in questa campagna povera, rigida, esigente. Ma lui è, come evoca il suo nome, e resterà sempre nonostante tutte le prove a cui sarà sottoposto, una creatura fragile e innocente, capace di inerme meraviglia per ogni cosa che lo circonda, spersa nella vita quotidiana, nelle durezze del lavoro dei campi, nelle crudeltà delle relazioni umane e nella ferocia che la storia riserva alla sua epoca. Come a tutte le epoche, come alla nostra.
Abel ha la sorte di incontrare il parroco Rupprecht Radebach, che (storia nella storia), è approdato nel villaggio dopo avere abbandonato Roma e una brillante carriera nella gerarchia cattolica convertendosi alla fede luterana. Il parroco intuisce che in Abel si è incarnato uno spirito angelico. Lo fa studiare, lo spinge verso il riscatto dalle asprezze della terra.
Abel impara, docile, ma è sempre più sopraffatto. Una notte, dopo aver acceso segretamente una candela, scrive la poesia che descrive la piena consapevolezza di sé e del suo destino: “Incominciò dicendo di sé, l’angoscia della brutalità e il sollievo che sperava, da loro sperava, più che sollievo, salvezza, salvatemi, Dalla furia salvatemi del mondo: così, un esordio animoso; e qui subito il supplizio dei sommersi, Voi che patiste la tortura e il fuoco / Senza poter trovare o pace o loco… già in rima, e ora l’enormità della loro sofferenza… Al dolore di cui toccaste il fondo. In tanto orrore voi unica luce”.
Il principe Myshkin, la cui natura meravigliosa è valsa la fortuna letteraria di Fëdor Dostoevskij, muore travolto dalla sua fragilità e così Adam, agnello consapevole piegato dal gelo della vita. Il parroco Radebach perde, con la sua scomparsa, la fede in quell’esile filo provvidenziale che credeva tenere insieme il senso del creato: “Nella morte di Abel non riconosco né il dito severo di Dio né l’assenza di Dio; non ci vedo niente altro che la sua e dunque anche la mia fine… Il mondo se ne va in balia di una forza instabile e casuale”.



