Dopo aver letto “Binario Est”, di Marco Carlone (Bottega Errante Edizioni), per puro esercizio personale ho provato a buttar giù una lista con i tre principali motivi per cui avrei consigliato questo “romanzo di viaggio” al primo lettore che avessi incontrato.
Mi è subito venuta in mente l’estetica, sì, proprio lei, perché anche l’occhio vuole la sua parte. La sobria e accattivante immagine di copertina (un passaporto semi coperto da vecchi biglietti del treno, visibilmente consunti, anzi smangiucchiati nella carta), il formato quasi tascabile eppure elegante scelto dall’editore, e quel titolo assai evocativo, “Binario Est”.
Poi, il viaggio. Non una vacanza attraverso terre invitanti dove si consumano Daiquiri Frozen in piazzette bohémienne o si degustano cibi di alta cucina, non prima di averli fotografati mille volte. No, si tratta di una sequenza di viaggi fatti in treno, forse svolti per lavoro (l’autore è reporter e fotografo freelance), o per una curiosità che è così forte da rimandare a sentimenti predominanti, quali ad esempio l’amore. L’amore per il treno, appunto, nonché l’amore per le vecchie ferrovie e le vecchie stazioni, per i passeggeri che le popolano.
Parliamo di carrozze che in Italia non si vedono da trenta e passa anni, e che laggiù (Albania, Ucraina, Bosnia Erzegovina, Moldavia, insomma paesi a un passo da noi) sfilano lente lungo binari risalenti a chissà quale epoca storica, e sono ancora così importanti per tanti uomini e donne che lavorano, vivono, si spostano con l’unico mezzo di trasporto che hanno mai conosciuto.
E veniamo al terzo motivo, la scrittura analitica ma anche ispirata di Marco Carlone, che permette di calarsi in quell’amore per i treni di cui ho detto sopra, e che non confina il lettore in un unico emisfero di fedeltà descrittiva, ma si diverte, gioca talvolta con le parole, infilandone alcune (“immarcescibile”, “scalcagnata” e diverse altre) che spezzano il ritmo e danno delle piccole stilettate che sanno di buona letteratura.
Con “Binario Est”, si viaggia con lentezza, si attraversano stazioni fatiscenti, quasi macabre, e si osserva il paesaggio dai finestrini, fumando una sigaretta o bevendo un’aranciata piena di colorante, di una marca che non conosceremo mai, e che lì, seduti a bordo di quei treni, ci sembra la più gustosa che sia mai stata prodotta. Se esiste una giustizia geografica, ogni paese che si senta rispettato può avere qualcosa da offrire in cambio.
E Carlone, in queste pagine, ci descrive proprio quel rispetto, e quella ricompensa balcanica.



