
La meglio gioventù di Pasolini (Campanotto Editore) è un viaggio nella memoria e nei luoghi vissuti da Pasolini durante e subito dopo il secondo conflitto mondiale: Giuseppe Mariuz ci ha regalato un commovente spaccato degli anni casarsesi di uno dei più grandi intellettuali del nostro secolo e lo ha fatto proprio attraverso gli occhi di quella “meglio gioventù” che ha infiammato gli anni giovanili di Pasolini.
L’autore, con grande cura e precisione documentaria, ha raccolto le testimonianze di ventisei, tra donne e uomini, tutti protagonisti – ormai scomparsi – di un’epoca durissima che si è conclusa con la Liberazione, ma che è poi continuata con le lotte contadine nelle campagne tra Casarsa e San Vito al Tagliamento, con gli scontri sociali per la ricerca di una dignità e una giustizia troppo a lungo negate e per le quali Pasolini è stato voce e guida.
I protagonisti appartengono a diverse classi sociali, ma la maggior parte sono contadini, sono i giovanissimi allievi che Pasolini ha raccolto prima attorno al casel di Versutta, dove era sfollato in seguito ai bombardamenti su Casarsa; molti di quegli allievi hanno poi costituito quella che diverrà, nel febbraio del 1945, l’Academiuta di lenga furlana, un’esperienza originalissima che ha contribuito a diffondere cultura attraverso rappresentazioni teatrali e spettacoli musicali scritti e diretti dallo stesso Pasolini.
Le voci narranti si esprimono liberamente nel loro italiano misto di friulano, attraverso interviste guidate, libere testimonianze o lettere: chi ricorda esperienze culturali, chi le nuotate al Tagliamento e le partite di calcio, chi le gare di ballo alle sagre paesane, chi la militanza politica. Ma tutte ci restituiscono un’immagine unitaria, pulita, senza la minima incrinatura di un giovane Pasolini modesto pur nella sua immensa cultura, fine e gioviale al tempo stesso, desideroso di apprendere quella lingua di contadini pura e antica in ogni sua minima sfumatura.
Pasolini amava quel mondo di sfruttati, di gente umile, e lottò accanto a loro attraverso l’arma più potente: la cultura; una cultura che doveva essere diritto di tutti e che nemmeno le bombe e i rastrellamenti fascisti dovevano fermare. Pur piagato dalla tragedia personale della morte del fratello Guido alle malghe di Porzûs, dall’ombra di un padre autoritario e distante e dalle comuni sciagure, il giovane Pasolini lascia a Casarsa e nei luoghi circostanti il ricordo di un insegnante acceso dalla passione, ma che sapeva avvicinare tutti con grande umiltà – È inutile che io sappia tante cose se non le trasmetto a nessuno – una guida morale, ancor prima che politica, tesa a restituire la dignità agli oppressi.
In queste terre Pasolini ha tracciato un segno indelebile, per quanto poi le vicende della vita, fino alla tragica morte, lo abbiano portato lontano dal Friuli, espulso da una terra che era la sua felicità assoluta, una terra profondamente amata e della quale ha saputo indagare come pochi le pieghe più profonde, per seminarvi poesia e arte anche attraverso le più semplici attività ricreative.
Giuseppe Mariuz ha sapientemente intonato un coro di voci diverse, calando il ricordo di Pasolini nelle vicende di una comunità che l’omologazione ha forse cancellato per sempre, ma che potrà rivivere ogni qualvolta si leggano i versi friulani raccolti ne La nuova gioventù (Einaudi): un Pasolini che con la lungimiranza dei migliori maestri – piace pensare con una discreta convinzione – sapeva bene che “la meglio gioventù” non sarebbe mai finita, nonostante tutto, con quel mondo tanto amato.



