
A Daniele M.Pegorari e Valeria Traversi, autori de Il futuro in una stanza (Stilo editrice) spetta l’arduo e nobile compito di abbattere le pareti domestiche e provare a restituire quel cielo che ognuno di noi ha perduto durante il lockdown dello scorso anno. E se le pareti sono la paura, i divieti, il distanziamento fisico, la reclusione in casa, il cielo assume la duplice valenza di spazio tangibile e di spazio metaforico, quello delle parole. Parole scritte – specificano gli autori – di cui è fatta la «nostra storia privata poiché proprio dalle parole, dal loro uso, dai loro limiti o al contrario dalla loro illimitatezza, dobbiamo partire in questo tentativo di capire cosa sia accaduto a partire dall’inverno 2020».
L’immagine della stanza, peraltro, torna nella scansione dei capitoli, ognuno dei quali dedicati a un tema. Stanza è, curiosamente, sia l’unità funzionale di una casa, sia la variante di strofa o di piccolo componimento (ricorderemo che sono stanze quelle di Poliziano, dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto, della Gerusalemme Liberata di Torquato Tasso).
Queste stanze, vere e metaforiche, sono «scorte per la vita», traboccano di parole e pensieri che trovano sistematico ordine e rinfrancante posizionamento nella biblioteca dei nostri autori. Autori che insieme decidono, all’indomani del proclama del “fermo sulla vita” imposto dalle autorità, di scandagliare quelle stanze cui affibbiano nomi precisi: pandemia, distanza, silenzio, scienza, natura, tempo.
«La nostra vita è fatta di parole […] dunque usiamole per raccontare questo tempo […]»: e così Daniele M. Pegorari e Valeria Traversi, marito e moglie, professore nell’Università lui, nella scuola secondaria lei, cominciano in casa a tessere la narrazione, a giocare una partita dall’esito tutt’altro che scontato. Perché l’avversario è chiuso all’esterno e curiosamente muove i suoi pezzi pur rimanendo fuori dalla scacchiera. Sì, perché se entrasse in campo… beh, non ci sarebbe più partita.
Quelle che qui si presentano sono metafore; dello stesso tenore di altre metafore che hanno accompagnato questo virus, il suo ingresso e la sua propagazione, i suoi effetti sul sistema socio-economico, politico-culturale, le sue mutazioni (che prendono il nome di varianti), le formule per contrastarlo. E sulla metafora – di e attorno alla pandemia – si sofferma Pegorari per ragionare dell’accusa di mistificazione mossa da alcuni scrittori che hanno richiesto la «demetaforizzazione del linguaggio»; linguaggio reo di aver determinato una certa reazione del mondo politico quando ha eccessivamente sovrapposto la pandemia alla guerra (nella metafora per eccellenza, quella bellica).
Non ci sta l’autore a mettere in discussione il potere della parola, la sua gamma di significati e significanti. E così facendo, richiama e si ri-affida al conforto della sua biblioteca, «una riserva in cui ricercare le istruzioni per la vita»; e tra queste istruzioni posti di rilievo assumono le opere di Dante Alighieri e Giovanni Boccaccio. Il primo, che con la sua Commedia aveva rappresentato con la sua metafora un «soccorso» per i reduci dei campi di concentramento, i quali attraverso l’inferno “immaginato” avevano potuto raccontare il loro inferno, reale e terribile; l’altro, che al contrario con il suo Decameron aveva rappresentato un modo di restituire la realtà della peste del 1348, attraverso la metafora di un gruppo di dieci giovani che si ritira su di una collina per dedicarsi all’invenzione e narrazione di dieci novelle mordaci, tristi, romantiche.
«Staccarsi dalla città per raccogliersi sulla collina non significava scappare ma mettersi in prospettiva». E proprio questo si sforzano di fare i due autori: nel dire il mondo attraverso le letture e gli studi di una vita umana e professionale, provano (e ci riescono) a creare un compendio bio-bibliografico sulla pandemia con risvolti didattici, filosofici, sociali in grado – se fossero letti e condivisi da tutti o, almeno, dalla maggioranza – di mettere in moto una transizione che va oltre quella ecologica decantata negli ultimi tempi.
Una transizione dell’animo dell’uomo in quanto essere individuale ed essere sociale che da questa pandemia dovrebbe – deve – trarre un monito di portata epocale sulla necessità di modificare radicalmente il suo modo di stare al mondo. Come spiega Pegorari, forse questa pandemia potrebbe costituire uno stimolo «nell’elaborazione di un’erotica comunitaria nel senso di una percezione solidale, compassionevole ed empatica di coloro che abitano il nostro spazio».
Determinante in questa nuova «erotica comunitaria», ribadisce Traversi, è la letteratura: il cui potere è quello di leggere il mondo, non di prevederlo ma di vedere «oltre e al di là della realtà». Il riferimento è a tutta quella letteratura fantascientifica e distopica che, sorprendentemente, aveva già anticipato alcuni risvolti del presente.
«Senza Verne molto probabilmente non avremmo mai concepito l’idea di andare sulla Luna» scriveva Raymond Douglas Bradbury; così come senza l’occhio del grande fratello di George Orwell non avremmo forse mai concepito l’idea di una mappatura – controllo – delle nostre vite tramite gli strumenti tecnologici e le loro applicazioni, prime fra tutti i social network.
Sono quest’ultimi che hanno ucciso il potere lenitivo, a volte cicatrizzante della narrazione che in passato aveva luogo nell’incontro tra gli uomini. Le narrazioni si svolgevano attorno al focolare: la voce del più anziano riscaldava un tempo familiare che oggi il distanziamento congela. Ma, come suggerisce Pegorari, il distanziamento sociale oggi si rivela quasi una nemesi del distanziamento messo in moto ormai da anni verso il senso di comunità che porta con sé anche il senso di responsabilità civile. La pandemia, in sostanza, non ha provocato degli effetti indesiderati, ha solo reso più visibile una deviazione del percorso umano messo in moto da tempo – più o meno consapevolmente – con la complicità – più o meno dichiarata – delle istituzioni: il ridimensionamento della portata critica del pensiero e della valenza costruttiva dell’azione.
Voce fuori dal coro quella di papa Francesco il quale, come ricorda Traversi, durante la Messa a Santa Marta del 21 aprile 2020, ha invitato a far tesoro di questo «silenzio, gravido di parole e di richieste». Appena un mese prima, il 27 marzo, aveva confessato, in una piazza san Pietro deserta e desolata, che «nessuno si salva da solo», che «siamo sulla stessa barca» e che «è necessario remare tutti insieme, reimpostare la rotta della vita distinguendo quello che è necessario da quello che non lo è».
Ecco, in una realtà come quella che stiamo vivendo, serve una riscrittura, una ri-generazione, della stessa portata di quella «ecpirosi» che Adso racconta ne Il nome della rosa, guardando impaurito il rogo della biblioteca, dichiara Traversi. Ancora una metafora: quel fuoco, che nell’economia del racconto di Umberto Eco costituiva sia la tangibile punizione del senso di colpa vissuto dal novizio per il suo «deragliamento» sia la condanna della civiltà del dogma, nella nostra realtà pandemica rappresenta – attingendo alla filosofia stoica che la teorizza – la fase finale di un ciclo cosmico «in cui la materia ha perduto le sue proprietà vitali e necessita di rigenerazione».
Ecco allora e ancora che per questo «tempo ammalato» serve una riscrittura: la riscrittura da parte dell’uomo «essere narrante» (binomio coniato da Enzo Bianchi, già priore di Bose). La riscrittura di un nuovo umanesimo, che sia in grado di reimpostare la rotta autodistruttiva delle derive transumaniste descritte – solo per citarne uno – da Mark O’Connell in Essere una macchina e illustrate anche in diverse pellicole – una su tutte Her di Spike Jonze – dove l’evoluzione finale dell’uomo è l’intelligenza artificiale in grado di minimizzare o eliminare le sofferenze fisiche e psicologiche.
«Non possiamo far scorrere questo tempo senza lasciarne traccia» scrivevano gli autori nelle prime pagine. Quella segnata, dopo centocinquanta pagine, è più di una traccia. È un presidio, è una coraggiosa testimonianza, è un’innamorata dichiarazione di appartenenza all’uomo e all’umanità.



