“Non faccio lo sbirro, sono uno sbirro”.
Siamo nella primavera inoltrata del 1970, stagione preferita dal commissario, e – nonostante l’apertura foscoliana del romanzo, una breve riflessione montaliana sull’affannarsi incessante della quotidianità e una divagazione leopardiana sul senso dell’esistenza (e siamo solo a pag. 13) – il racconto si sviluppa tra molteplici peripezie.
E il commissario Bordelli sarebbe in pensione? Teoricamente sì, ma nella pratica non pare proprio, altro che “meglio di niente”! Franco Bordelli fa di fatto concorrenza al fidato e complice Pietrino Piras, in quanto a casi da risolvere. Il problema è che per il Commissario è impossibile vivere senza un mistero da risolvere, un garbuglio da dipanare e l’adrenalina di un appostamento (meglio se con scasso): indagare è per lui “come leggere un romanzo”, rito da consumare a letto o al tepore del caminetto, opportunità per entrare in simbiosi con l’Altro (sia esso Remarque, lo scrittore “di turno”, o la varietà di tipi umani che incontra in ogni indagine), ma soprattutto con l’Altro più inquietante di tutti: se stesso. I ricordi di Franco Bordelli sono sempre occasione per recuperare uno stralcio del suo passato di guerra, così come per aprire una riflessione appassionata su un presente che immancabilmente ci chiede conto anche del nostro presente: l’assurdità di qualunque guerra di fronte all’ineluttabile superiorità della Natura (e qui rispunta lo zampino di “Giacomino da Recanati”), l’importanza della cultura come unica arma ammissibile nella spietata lotta per la sopravvivenza, il dramma dell’intolleranza verso chi è ancora etichettato come “diverso”, il rapporto con le nuove generazioni…
Ma nel caos, la certezza è sempre lui: il Commissario, che alterna azione a riflessione, mai sazio della sua personale e complessa ricerca di giustizia, una giustizia che non si limita al bianco e al nero, ma che è accolta e analizzata in tutte le sue sfumature, anche quando si tratta di darne una propria interpretazione, non sempre ortodossa. Bordelli è l’uomo che ad un niente spalanca il vaso di Pandora dei suoi ricordi accarezzandoli e assaporandoli uno ad uno, con dolcezza e nostalgia: i genitori, l’infanzia al mare, i compagni morti, il Corvo (già: il Corvo del quale – insisto – tutti vorremmo sapere di più…), le speranze deluse di un Paese nuovo dopo il bagno di sangue della guerra civile…e la ricorrente riflessione su quello che ne è stato dell’Italia del dopoguerra, ancora preda di quella “bestia violenta” che “non smetteva di alzare il capo nelle più differenti occasioni” e che risponde al nome di nazifascismo.
Il nostro beniamino risolverà i quattro casi in oggetto? Chi lo sa? Il punto è che leggere Bordelli significa perdere spesso di vista la “trama” per seguire sentieri alternativi in una foresta di baudelairiana memoria: è naufragare dolcemente (giusto per mantenere il leitmotiv di sottofondo) nella coscienza in subbuglio costante di Franco, nel pensiero di un uomo che fa della riflessione continua la sua cifra; un pensiero nel quale Marco Vichi ci accompagna con le sue sempre più sorprendenti doti narrative, attraverso luoghi che ormai i lettori di Bordelli conoscono come casa propria: il laboratorio di Dante, antro in cui riecheggiano sublimi sinfonie e dispute kantiane, il casale di Impruneta, la cui natura circostante è un affresco intriso di romanticismo, la vitalità di San Frediano, che odora di Pratolini, e della quale proverebbe nostalgia anche chi non ci ha mai messo piede; e Firenze, la signora assoluta, amata e odiata come la Natura, madre di parto e di voler matrigna.
E dunque, caro Vichi, alla fine una sola è la domanda che può avere una risposta inequivocabile e oggettiva: a quando la prossima avventura?




