
La lunga notte (TEA) è la narrazione di una delle svolte più angosciose della storia italiana: è il racconto febbrile delle ore che precedono, l’8 settembre 1943, l’annuncio dell’armistizio. Sono ore scandite da uno stile lento, magistralmente dosato e preciso, forse insolito per Leonardo Gori, che ci ha abituati piuttosto all’incalzare delle rocambolesche vicende di Bruno Arcieri.
Ma la suspense in questo caso è d’obbligo perché ben tre sono le tragedie che incombono su un paese intero, già stremato da fascismo e guerra: i bombardamenti alleati sul quartiere romano di San Lorenzo prima e su Velletri poi, l’inquietudine e la paura per il nervosismo dei tedeschi, che percepiscono la titubanza dell’alleato italiano e l’imminente tradimento, l’atteggiamento ambiguo e poco rassicurante dei Savoia e di Badoglio. Questo, in breve, il quadro della tragedia collettiva, mirabilmente descritta dall’autore nelle sue sfumature più angoscianti.
Come se non bastasse la tragedia collettiva, Arcieri deve fare i conti con una “questione privata” di non poca importanza (forse privata fino a un certo punto) e che ha come protagonista Elena Contini, la complessa e raffinata donna ebrea amata, sempre più distante da lui tanto che l’avvento del distacco è altrettanto tangibile, pagina dopo pagina, scandito dalla presenza intermittente di Lucilla Zoe Crepaz, inesorabile metafora vivente della coscienza di Arcieri. Nel confronto con Lucilla Bruno dovrà fare i conti con la sua “gelosia retroattiva”, con un paternalismo nei confronti di Elena che cela qualcosa di ben più inquietante per lo stesso Arcieri, cioè quanto del fascismo ancora rimane in lui.
Allo stesso modo l’incontro – a tratti scontro, per quanto raddolcito dall’immancabile e consolante jazz di sottofondo – con l’alleato americano lo porrà di fonte alla questione collettiva, la quale ha inevitabilmente la precedenza assoluta sulla questione privata, e anche in questo campo sarà il dialogo duro e serrato con Taylor a mettere il nostro protagonista di fronte all’orrore della guerra, alla tragedia immane della corresponsabilità dei molti e dei singoli di fronte al male assoluto, dispiegato a partire dalla guerra civile spagnola per finire con lo sterminio degli ebrei.
Arcieri, solo contro tutto e tutti, si aggrappa ancora una volta unicamente alla sua integrità morale per fare i conti anche con il suo conflitto interiore, ineluttabile ed evidente sia nella tragedia collettiva, sia in quella personale; ma il suo senso di colpa, unito al profondo desiderio di riscatto nei confronti di una Patria, comunque amata e servita con dignità e onore, lo spingerà alle uniche scelte possibili nei confronti di Elena, del suo paese (straziato dalla fame, dalla miseria e dal terrore), ma soprattutto di se stesso. “La dittatura è un male essenziale, primario. Non può condurre al bene per definizione […] Il fascismo è il nemico, il nostro nemico interno, sta soprattutto dentro di noi, ed è un dovere morale ed etico, oltre che politico, combatterlo con tutte le nostre forze. Me ne sono accorto tardi, ma forse ancora in tempo per fare una scelta”.
Leonardo Gori ancora una volta affronta con lucidità e onestà intellettuale uno dei periodo più cupi della storia d’Italia collocando le vicende di Elena e Bruno su uno sfondo tutt’altro che facile da rappresentare e come sempre ricco e completo; Arcieri, sconfortato ma inarrestabile, attraversa le sue vicende con uno sguardo sempre aperto sul mondo, sugli eventi nella loro complessità: il nodo della questione palestinese, le tragiche conseguenze delle infami leggi razziali, la dimensione americana incarnata dalle passioni musicali tutt’altro che provinciali di Arcieri, ma anche la sovrapposizione di un grottesco e tragico pranzo con le tele di Georg Grosz, senza trascurare la rappresentazione di una Italia paesaggisticamente splendida e da preservare, ma in cui al nord già ci sono le autostrade e al sud non si sa.
La lunga notte è uno di quei romanzi che si leggono tutto d’un fiato, dai quali è difficile staccarsi. Ma è anche uno di quei romanzi che a lungo andare continuano a scavare negli animi, perché ci ricordano che i tempi di quelle scelte non sono purtroppo finiti.



