
È stato il titolo ad attrarmi. Hard Times, ovvero Tempi difficili. Proprio ora che tutto il mondo sta attraversando una pandemia epocale. Una catastrofe planetaria. Congiunta alla catastrofe ambientale, siamo a una svolta storica senza paragoni nella storia. Tempi difficili, appunto. Ma cosa c’entra il Covid 19 e i problemi climatici con il romanzo ottocentesco dickensiano?
La risposta non è facile. Mi sono interrogata a lungo. Forse non c’è. Intanto, è vero: le mie letture sono spesso casuali. Un dettaglio a caso è trattenuto dalla mia mente e da lì inizia la lettura. O la rilettura. Charles Dickens è un autore che ci riporta ai tempi del liceo, anche se Hard Times l’ho letto da studentessa universitaria. Ricordavo poco del libro, devo dire, così mi sono avventurata nuovamente in questo romanzo e la penna precisa, fotografica, incisiva di Dickens mi ha tenuta inchiodata sulle pagine senza che vedessi la polvere del tempo sulle pagine ingiallite della mia edizione Penguin Books.
Il romanzo fu pubblicato a puntate sulla rivista settimanale Household Words, di proprietà dello stesso Dickens, che era giornalista scrittore. Le vendite erano incoraggianti per Dickens che disse di essere “per tre parti pazzo e la quarta delirante, perpetuamente di fretta per Hard Times.
Pubblicato settimanalmente tra il primo aprile e il 12 agosto 1854, ebbe successo e fu pubblicato in volume in agosto. Si può dire che Charles Dickens fu il primo a proporre il romanzo a puntate. Le sue puntate erano attese non solo dalla classe media borghese, ma anche dalla gente povera spesso analfabeta che pagava qualcuno per farsi leggere la puntata appena uscita. Questo dettaglio mi ha incuriosita, perché si stava compiendo una rivoluzione epocale: la lettura arrivava anche laddove non c’erano libri, soldi, educazione. Successivamente ci sono state innumerevoli edizioni e traduzioni in tutte le lingue.
Charles Dickens ha superato in breve tempo ogni tipo di confine, e il suo nome alla pari di quello di William Shakespeare è onorato in tutto il mondo. Se Shakespeare è rinomato per il genere teatrale nel Seicento, Dickens, invece, rappresenta il genere narrativo nell’Ottocento. Entrambi hanno umili origini. Entrambi sono stati prolifici ed esuberanti. Entrambi hanno creato intrecci lunghi e complicati. Entrambi sono stati generosi.
Per certi aspetti legati alla tradizione, attenti alle differenze sociali. Dickens è considerato uno scrittore popolare, che si schiera dalla parte dei poveri, degli sfruttati, degli ultimi. Se fosse nato oggi Charles Dickens scriverebbe dei migranti, degli extracomunitari, dei rider, dei transessuali, e di tutti quelli che devono lottare con il sangue per far valere i propri diritti. È senz’altro un autore che provoca ammirazione. Kafka e Dostoevskij Io adoravano. In Hard Times, come in tutta la sua opera, Dickens esprime la sua amarezza nel fotografare una società sbagliata nella sua interezza.
Fin dalle sue radici. “Quali radici?”, si chiede George Orwell in un saggio sull’opera dickensiana, indicando proprio in questa domanda la possibile strada per intuire cosa pensasse l’autore. La critica sociale di Dickens, continua Orwell è esclusivamente morale. Non risparmia nessuno: la sua penna ritrae la legge, il potere, la scuola così come sono, con tutti i difetti che incarnano le persone che ne costituiscono le funzioni.
Il libro è ambientato a Coketown, la città del carbone (non della coca cola) alias Preston, vicino a Manchester. All’epoca fu impedito a Charles Dickens di usare il vero nome della città che aveva visitato nel 1854 e i cui scioperi lo avevano colpito. Così come le dure condizioni di lavoro degli operai nelle fabbriche, ridotti a sole “mani” (Hands) spogliati di tutti i loro attributi di essere umani.
L’incipit è potente: «Ora quello che voglio sono i Fatti. A questi ragazzi e ragazze insegnate soltanto Fatti. Solo i Fatti servono nella vita. Non piantate altro e sradicate tutto il resto. Solo con i fatti si plasma la mente di un animale dotato di ragione; nient’altro gli tornerà mai utile. Con questo principio educo i miei figli e con questo principio educo questi ragazzi. Attenetevi ai Fatti, signore!».
È Thomas Grandgrind che parla, «uomo di fatti e di calcoli», protagonista della storia insieme alla figlia, Louisa. Thomas Gradgring, come molti suoi contemporanei, ha commesso l’errore di eleggere a guida della propria vita la Filosofia dei Dati di Fatto. Questo errore lo schiaccerà in tutta la sua scelleratezza quando la figlia Louisa, delusa della sua vita piatta senza sentimenti, (sposatasi per apatia con l’abominevole amico paterno, sedotta da un altro essere di poca sostanza), tornerà dal padre affranta.
Thomas Gradgring si vede costretto a prendere le distanze dalle proprie convinzioni. Rimarrà impigliato negli ingranaggi della sua sterile filosofia. Anche Louisa. Tutti quelli che per scelta o per imposizione avranno vissuto una vita che segue questa filosofia (utilitarismo) faranno una brutta fine. L’unica che si salverà è la studentessa che non si lascia piegare da questa filosofia, perché un’altra energia anima i suoi pensieri: l’immaginazione e un altro principio regola la sua vita: l’amore. Lei è Sissy Jupe, il numero 20 a scuola, interrogata e incapace di descrivere un cavallo secondo i canoni della scuola.
Non a caso il secondo capitolo che narra questo episodio si chiama La strage degli innocenti. La Bibbia è presente anche nella struttura complessiva del romanzo, diviso in tre parti: La semina, La mietitura e Il raccolto. Dove ogni titolo ci riporta al versetto biblico “ognuno di noi raccoglie quello che ha seminato”.
Dickens sottolinea che quello che viene fatto nel presente ha degli effetti diretti su quello che succederà nel futuro. Grande critico della società utilitaristica, delle statistiche, dei numeri, in Hard Times Dickens ci regale alcune delle pagine più belle della letteratura inglese, dalle quali si stacca la bellissima figura di Sissy Jupe, paladina dell’amore e delle relazioni. E proprio lei, gliela rubo a Charles Dickens! Me la porto con me nel terzo millennio al tempo del Covid e dei disastri ambientali. Per me, Sissy Jupe rappresenta la speranza che ‘insieme’, uniti da solide relazioni, possiamo farcela. Nonostante i fatti e i numeri schiaccianti della storia recente fra pandemia e ecosistemi manomessi dall’uomo, oggi, dei tempi difficili della società vittoriana, ieri, alla stregua della prima rivoluzione industriale.



