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Ho scambiato frigoriferi e termosifoni con la libertà

Ossessionata come sono dalle case – lo confesso, mi piace da morire guardare le case degli altri,
quelle delle riviste, soprattutto quelle in vendita – quando mi sono imbattuta in Mal di casa – Perché vivo in un capanno dell’inglese Catrina Davies (traduzione di Paola De Angelis, edizione Blu Atlantide) non ho potuto fare a meno di prenderlo. Subito. E di leggerlo. Subito.

Si è rivelato il libro che stavo cercando. Perché in epoca di pandemia, in cui siamo stati costretti a prendere confidenza con un diverso significato di spazio e di tempo, di essenziale e di superfluo, di relazione vera e relazione fittizia, di autentico e di fasullo, certe domande te le fai. Le stesse della Davies che, andando alla radice del senso di felicità, si è chiesta come fare a restare in equilibrio in un sistema economico sostanzialmente malato che non ti fa bastare un’esistenza per pagare un mutuo e ti impedisce di “vivere” davvero.

«Ero consapevole che, vista dall’esterno, la mia vita nel capanno sembrasse bizzarra e disperata – scrive la Davies – Ma per me viverci era assai meno disperato rispetto alle vite precedenti in tende o caravan parcheggiati su terreni altrui, o in stanze in affitto dal costo esorbitante. Mi piacevano la luce e la solitudine, mi piaceva trascorrere la maggior parte del tempo all’aperto, adattare il mio comportamento alla forza del vento o alla rigidità del freddo… Ho scambiato frigoriferi e termosifoni con la libertà, e sebbene il mio stile di vita mi abbia posto delle sfide, sono arrivata alla conclusione che la libertà valga qualsiasi privazione materiale».

Nel suo capanno sulla costa della Cornovaglia, dopo aver affrontato la furia degli elementi ma anche i fantasmi del passato, alla fine, con il mare dentro le ossa, consapevole che la vera arte di vivere non è ammassare cose, ma non possedere quasi niente, utilizzare al massimo e dare via il resto, Catrina trova la ricompensa maggiore nell’oceano e nel surf che «la rimette a posto. È sacro. La fa sentire completa».

Noi che leggiamo la sua storia, di ricompense ne scopriamo diverse.

A cominciare dalle epigrafi che aprono ogni capitolo tutte tratte da Walden di H.D. Thoreau. Una delle mie preferite è: «Se avete costruito castelli in aria, il vostro lavoro non deve andare perduto; è lì che devono stare. Ora metteteci sotto delle fondamenta».

Per proseguire con i preziosi riferimenti glottologici con cui l’autrice indica la radice (appunto) indoeuropea delle parole andando all’essenza del loro significato e regalandoci non poche sorprese.

Per finire con la ricca bibliografia e sitografia, fra libri, musica e tanti suggerimenti.

Un’architettura complessa insomma, alla fine della quale capisci che il male ovviamente non riguarda affatto la casa che anzi è «fondamentale come i denti, i piedi, il sonno e l’amore perché servono radici per far crescere le ali».

Il male vero è annidato nel nostro modo di interpretarla, che la rende spesso espressione di statuts. E comprendiamo allora quanto vera sia la citazione di Ralph Waldo Emerson nel frontespizio: «Appena degeneriamo il contrasto tra noi e la nostra dimora diviene più evidente».

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