
Si scrive Bekaert, Figline Valdarno; ma si potrebbe leggere ex Lucchini, Piombino o Roberto Cavalli, Firenze.
Le crisi industriali sono da tempo una realtà anche in Toscana, con aziende che delocalizzano, chiudono impianti, mettono i dipendenti di fronte all’alternativa tra cambiare sede di lavoro e vita, da Firenze a Milano come ha fatto la casa di moda, o licenziarsi.
Un mondo duro, che segue regole proprie, che cambia o travolge il futuro di tante persone, di intere cittadine come nel caso di Figline: ma sono pochi libri i che ne parlano. Uno di questi è La fabbrica che non volle chiudere, di Domenico Guarino e Daniele Calosi, uscito per Clichy un anno fa . L’ho ritrovato ora, mentre cercavo la pubblicazione della storia degli altoforno di Piombino alla luce dell’ennesimo annuncio della ripartenza, ora fissata al 2025, della produzione di acciaio interrotta nel 2014.
La storia è quella della lotta (sì il vecchio termine che non va più di moda, come le parole padroni o sfruttamento) di lavoratori, sindacati, città, istituzioni, per evitare la chiusura della fabbrica della Bekaert ed il licenziamento di oltre 300 dipendenti, lotta ancora in atto con la multinazionale che non ha cambiato idea ed ha smesso di produrre, gli operai in cassa integrazione (fino al gennaio 2021, e poi?) e la ricerca di una reindustrializzazione dell’area che vede in lizza anche la cooperativa creata da una parte dei lavoratori.
Guarino, giornalista, e Calosi, leader della Fiom, ripercorrono le tappe della vicenda, la mobilitazione incessante, i successi anche come la reintroduzione della cassa integrazione per cessazione di attività che era stata cancellata dal Jobs Act di Matteo Renzi, le lunghe attese tra rabbia e scoramento, sottolineando la dignità dei lavoratori.
Una vicenda simbolo, che interroga, o almeno dovrebbe, tutti, con un racconto che diventa corale grazie alle voci in prima persona degli operai. Che sorprendono per forza:
Macerie di conquiste secolari sgretolate. E’ triste. Senti dentro di te tutto il peso di quelle macerie. E ti senti impotente. Poi però mi volto indietro, osservo i volti di questa gente, le loro facce vere, sento le loro parole schiette e penso che se c’è un posto da cui ripartire è esattamente questo.
Il libro: Domenico Guarino e Daniele Calosi, La fabbrica che non volle chiudere, Edizioni Clichy
Soundtrack: Ustmamò, Siamo i ribelli della montagna



