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Se si Impara la lingua del fiume

Siamo abituati a leggere di relazioni con i luoghi. Il lessico stabilisce un ponte tra ciò che è umano e ciò che ci circonda, ma le parole restano quelle della nostra dimensione. Empatiche, comunicative, ma assolutamente “umane”. Il fiume sono io di Alessandro Tasinato (Bottega Errante Edizioni) invece già dal titolo ti avvisa che in questa storia il codice interpretativo è diverso. Devi imparare la lingua del fiume, dei suoi ritmi e dei suoi abitanti per capire la vicenda dell’essere umano che la narra. Il fiume, come una madre, ha cresciuto Nino Franzin, che ne parla spontaneamente la lingua attraverso la quale decifra e argomenta lo scorrere della sua vita.

Partendo da questo presupposto linguistico, la vicenda devastante della Rabiosa perde qualsiasi contorno di rendicontazione scientifica per assumere la tragicità della lacerazione degli affetti. La prima evidente ferita, inferta dai piloni tra le acque già inquinate, necessita di un allontanamento forzato per non vedere. L’alternativa offerta dal “reon”, la placidità della trappola manovrata dalla “pertega”, sostituiscono nel protagonista il Rabiosozoico con l’età del Palazzozoico. Anni di interiorità cieca di fronte al divenire delle esistenze, dei luoghi, del senso del vivere.

Ma l’essere umano cresciuto nell’equilibrio del ritmo naturale, il cui sguardo è stato educato alla necessità spirituale di un legame e di un dialogo onesto con i luoghi, ha bisogno del ritorno. Il cerchio della vita, anche dolorosamente, deve essere ricongiunto al suo inizio per acquisire una forma che sia tale. Il pellegrinaggio attonito nella Rabiosa cancellata, mentre le acque dell’alluvione ne riprendono un possesso apparentemente scomposto, memore degli antichi percorsi, è la nemesi per l’incapacità dell’uomo di comprendere l’aridità di un’anima privata del potersi quotidianamente confidare e specchiare nella Grande Madre.

La vicenda del delinquente inquinamento di queste acque emerge qui fortissima e indimenticabile, più che da qualsiasi dato negativo riportato dagli esperti. Il fluire della narrazione è filtrato attraverso l’anima che ripulisce dal progresso immondo e riporta la maturità del protagonista nell’alveo da cui era fuggito.

L’immagine della nobiltà dei tre rospi che sigilla la vicenda ci interroga sul valore degli equilibri imprescindibili per un quadro di armonia tra naturale e antropico in cui raccontare le nostre vite.

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