
Iniziare a leggere Gabriella garofano e cannella di Jorge Amado non è cosa delle più semplici, con l’improvviso proliferare di personaggi e la narrazione di un fatto, l’omicidio di una “moglie” e del suo concubino, che sembra solo l’accurato preambolo di una vicenda pronta a imboccare altre direzioni.
Anche la narrazione sembra appartenere a un’epoca lontana, ridondante e barocca nel volerci raccontare tutto. Si devono leggere molte pagine prima di orientarsi, è un continuo citare vite di fazendeiros e colonnelli e prostitute, a ogni pagina lasciata alle spalle si accorciano le distanze fra il moderno occidente di oggi e il bigotto tradizionalismo di un Brasile rurale, ma a un passo dal decollo.
Si comincia a sentire caldo, ci arriva l’umido delle piantagioni e l’odore dolciastro delle pannocchie abbrustolite o di qualche frutto tropicale, leggiamo e intanto ci tocchiamo i piedi scalzi, neanche fossimo anche noi laggiù, sulle banchine del porto di Ilheus. Non abbiamo più voglia di mollare, ecco cos’è.
La storia d’amore fra Nacib e Gabriella ci ha come attanagliati, vogliamo sapere come va a finire. E che dire delle vicende politiche, del clientelismo, dei… femminicidi. Già, nel Brasile di Amado, è lecito uccidere una moglie che ci ha tradito, perché ciò che più conta è l’onore. Una roba da trogloditi. Un fastidio finisce per insinuarsi nel lettore, quello occidentale di oggi, si intende.
Quello che, appena qualche pagina fa, era pronto a snobbare il romanzo, convinto di appartenere a una generazione “superiore” e ormai evoluta. Eccolo, il bello della letteratura. La capacità di rimetterci al nostro posto. Di riflettere su cosa siamo diventati.



