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Un piccolo cielo, semplicemente bello

Dove andavano di notte?
In un museo di Parigi. Sulla luna. In una caverna. Su una spiaggia sconfinata. Lo facevano fin da quando erano bambini.
Nessuno diceva mai casa.
Paul Yoon, In un piccolo cielo, Bollati Boringhieri

Una storia di amicizia e resistenza che, attraverso le vicissitudini di tre ragazzi, incornicia un tempo storico e luoghi a noi lontani. Laos 1969, è primavera “Alisak e Prany avevano diciassette anni, noi uno di meno. La loro ultima stagione insieme lì. O almeno così aveva detto Vang: molto probabilmente li avrebbero evacuati a breve.

Alisak non lo aveva mai confessato a nessuno, ma aveva l’impressione che sarebbe potuto stare con loro nella pazzia di quella casa per sempre”.

Sono nati in un piccolo villaggio, si conoscono da sempre, ma la guerra li ha lasciati orfani. 

Così, per sopravvivere, si lasciano reclutare per aiutare in un casa bombardata diventata ospedale di fortuna.  I piccoli infermieri, qui incontrano Vang un medico colto e illuminato che oltre a curare i feriti parla loro di musica e della Francia, con narrazioni che li aiutano a crescere e a sognare. 

Con la foga e l’incoscienza dell’adolescenza, imparano a guidare le motociclette diventando corrieri che si destreggiano, volando, tra i campi minati

Insieme, diventano una famiglia nelle trepidazioni di notti sotto le bombe, nella vicinanza ai pazienti in cura, negli sguardi curiosi dell’età. La narrazione li segue in un quotidiano duro e rocambolesco. Fino ad una speranza avverata, grazie a Vang la possibilità di andarsene con gli ultimi elicotteri che lasciano il paese. 

Ma qui l’imprevisto li sorprende e ancora una volta rimette in gioco i loro destini.

È un affondo sul coraggio, sulla forza interiore, sull’esclusività dei legami che ci scegliamo. Un romanzo pieno di grazia e poesia che ha qualche cosa da dire alle nostre insofferenze/indifferenze di occidentali in tempo di pandemia. Semplicemente, bello.

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