«Due mondi – e io vengo dall’altro.» Il verso citato nell’epigrafe è tratto dalla poesia Diario
bizantino di Cristina Campo in “Tigre Assenza” (Adelphi, 1991, p 45). Il messaggio è chiaro.
L’autrice vuole che il lettore sappia sin dall’inizio come stanno le cose. Lei è nera. Adottata. Donna.
Così la protagonista del romanzo. Raccontare la sua storia è un gesto di coraggio e di presa di
coscienza: esiste una nuova generazione di bambini adottati che ora hanno all’incirca trent’anni e di
cui non esiste una narrazione letteraria. Esistono tantissime storie raccontate, autobiografie, ma non
esistono punti di vista di chi l’adozione la subisce, non la sceglie.
Capovolgere la narrazione dell’adozione. Descrivere il dolore, i sentimenti, le emozioni.
Questi sono gli obiettivi del libro.
L’incipit è molto violento. Volutamente. L’autrice cerca un modo per esprimere il desiderio
di omologazione di chi deve vivere in una famiglia bianca con la pelle nera. La diversità del colore
della pelle deve essere cancellata. Come? Con la varecchina. “Tutta intera” si apre con le riflessioni
della protagonista bambina di nome Sara alle prese con questo pensiero ossessivo. Essere come suo
papà e sua mamma. Per fortuna i genitori se ne accorgono evitando il peggio, ma senza veramente
comprendere il malessere di Sara. Saranostra la chiamano. Acuendo il mancato senso di
appartenenza di Sara. L’affetto alle volte si esprime con termini inadeguati.
Sara ha bisogno di altro, di un altro che spesso non sappiamo cosa sia, visto che sono situazioni nuove da scoprire, sia da parte dei genitori che da parte dei figli adottivi. Non ci sono modelli per famiglie miste. E il modello delle famiglie bianche non funziona. Sara viene cresciuta in una famiglia bianca come se fosse bianca anche lei. Ma non è così.
Il tema dell’identità è centrale in tutto il libro. Non essere come gli altri implica un’elaborazione,
un’accettazione, che piano piano la protagonista compie accettando il dolore ma anche la gioia che
il percorso di vita incontra. La ricerca della propria identità implica la ricerca delle parole per
raccontarsi. Che hanno bisogno di nuova geografia. Di nuova cultura. Di interazione con gli altri:
«Mi preoccupa questo non saper più riconoscere i miei confini, la pelle che mi ha sempre
contraddistinto. Mi rende nervosa. Mi scopro infastidita perché non sono più la sola. Sono confusa
perché non sono più sola.» (p 56)
Ma nemmeno cercare di omologare gli altri a noi serve: «Sara vieni qui: mi dici perché hai
rovinato la foto mia e del papà? Non l’ho rovinata. Ci ho passato sopra il pennarello nero, adesso
non si vede più niente. Adesso è come me.» (p 63) Forse è meglio cercare di fare le cose insieme.
L’integrazione non piace all’autrice. Implica un’ideologia classista e razzista. L’interazione è più
rispettosa e adeguata. Convivere e trovare le soluzioni interagendo significa che tutti si mettono in
gioco, non solo chi (adottato) è chiamato ad integrarsi (adattarsi agli altri senza che gli altri facciano
il minimo sforzo). Così lo zio Robi, nel romanzo “richiama” la nipote: «Ricordati che devi mettere
le radici, Sara, devi fare come i nostri peschi.» (p 89)
Ma anche il padre, professore di lettere, pur amandola e avendole trasmesso l’amore per le parole in un contesto culturale aperto e dialogante rimane impigliato negli ingranaggi del pensiero integrante dominante: «ormai hai ventitré anni: non sono pochi […] stai perdendo tempo prezioso. Capisci cosa vuoi e fai in modo di ottenerlo.» E Sara: «Prima voglio capire chi sono. A suo modo, amandomi, mio zio mi ha piantata e mi ha tenuta in vita sperando nelle radici. Ma sono un innesto fallito. La radice è recisa e mi chiedo se l’ha capito […] e se ha avuto paura.» (p 88)
Il romanzo procede come flusso di coscienza, fra passato e presente, infanzia e prime
esperienze lavorative. «Ci sono momenti in cui ho la netta sensazione che parti di me stiano
andando a male. Mi spappolo, mi decompongo e a tavola, in macchina, in bagno mi sento solo
sbagliata e di troppo. Quando mi chiedono Cos’hai mi infastidisco, qualcosa brucia dentro e mi
porta lontanissimo.» (p 135)
La presa di coscienza è dolorosa: «Per avere la metà di ciò che vuoi dovrai fare il doppio,
Saranostra.» (p 169) Ingiusta: «è una truffa se dici così. Forse volevi dire inganno? Tranello. È una
frode. Un raggiro. Una fregatura. Allora una bugia! No, una bugia no.» (p 169)
Ma vi è un altro piano interessante nel percorso della protagonista: rendersi conto che lei se
ha la pelle nera non è per niente uguale ai ragazzi del doposcuola dov’è chiamata a fare un percorso
integrativo (e non interattivo…). Qui si accorge che lei non ha gli strumenti per interagire con
questa nuova generazione. Ma si mette in gioco. E non ci sono né vincitori né vinti. Ma persone che
cercano di capire le ragioni (o le parole) degli altri: «A Basilici stanno bene, zio, non hanno bisogno
di noi come dici, come dicono le signore in chiesa che fanno la carità.» (p 88)
Basilici è abitata da famiglie di emigrati.
Qui la narrazione è ancora diversa da quella di Sara, la protagonista, vissuta fra i bianchi dall’altra parte del fiume (il Sele). E chissà forse qualcuno di loro ci penserà? Intanto provocano la loro insegnante nera come loro, ma cresciuta da (e con) bianchi: «Ma profe, ma chi la mette Basilici dentro ai libri?» (p 94)
E non solo. Sono più ricchi di lei culturalmente. Di parole ne sanno più di lei. Intanto sanno
tutti almeno tre lingue. E poi se le inventano loro le parole: «La lingua è un campo di battaglia […]
A Basilici la lingua è un terreo di gioco e loro si divertono, io invece arranco. Dialetti, accenti,
cadenze, lingue nuovissime o storpiate, antiche. Quando supero il Sele, quello che mi sembrava
arabo, diventa lingua latina, slava, non combacia mai con le mie supposizioni, con i volti che
incrocio.» (p109)
La lezione Sara la impara. E noi lettori, alla fine del libro siamo un po’ come Sara,
avvertiamo che siamo noi quelli che devono mettersi in gioco; soprattutto se vogliamo domani
capire il mondo che costruiranno le nuove, nuovissime generazioni, sempre più colorate,
multietniche, inclusive e multilingue.
Un noi diverso, da quello dei ringraziamenti finali, dove l’autrice sottolinea: «questo libro è
su di noi e per noi. Finalmente.», dove noi sta per: «tutte le persone a cui almeno una volta nella
vita hanno detto che avevano un nome difficile, una pelle difficile, una storia difficile.» (p 206)
Ma riusciremo un domani a includere le tantissime variegate e sfaccettate identità nazionali
in un noi italiano per tutti uguale?



