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Vagare nel bosco, perché lì sono le risposte

Saggio? Romanzo? Poesia in prosa? Raccolta di aforismi? Diario? Riflessioni di un artista? Pittore? Poeta? Filosofo? Confessioni di un italiano? Di un siciliano? Di un essere offeso o ferito?  La parola? Le risposte? Nel bosco.

Ecco con questa serie di domande, avrei già offerto indicazioni utili al lettore: sì addentratevi in Caos e bosco (Oedipus edizioni), ma non senza seguire Stefano Lanuzza nel bosco e lì cercare il senso delle nostre domande. Certo, la lettura non va tralasciata ma nemmeno sublimata. Da sublimare è invece il nostro vagare nel bosco. Deambulare. Permanere. O se si sosta per poco avere il coraggio di tornare. Ma cosa significa questo richiamo silvestre?

Nella prefazione di Mario Lunetta si legge: «La scelta aforistica e l’adozione di una ratio filosofica concentrata in un breve giro riflessivo lo apparenta a certi pensatori esemplari della modernità più antiaccademica: quella che parte da Nietzsche e si deposita più prossima a noi in Adorno, in Benjamin, in Gramsci.» (p. 12). Sono estremamente d’accordo: qui c’è un uomo che ha pensato molto, che pensa trasversale, che approfondisce, che usa linguaggi nuovi e forme artistiche inconsuete per fare filosofia. Per essere un poeta.

O forse mi sbaglio. Niente è insolito o stravagante per chi conosce la materia a tal punto da potersi permettere ogni forma senza remora. Questo è quello che fa Stefano Lanuzza, “pittoscrittore”, come lo definisce sempre Lunetta nella prefazione, aggiungendo: «cui si devono un’infinità  di indagini critico-teoriche sul nostro Novecento lontanissime dalla pigra vulgata dei manuali, una messe di traduzioni di grandi autori francesi da Sade a Maupassant, da Huysmans a Gide, da Barbey d’Aurevilly a Musset a Lautréamont a Céline, e prose creative, e almeno una raccolta di versi (Bosco dell’Essere, 2000) decisamente devianti rispetto al riflusso lirico che segnò tristemente di sé gli anni Ottanta e oltre.» (p. 12)

Ecco, Stefano Lanuzza si muove agile come una lince fra un genere e l’altro, senza timori o limitazioni nel pensiero e nel rigore, la sua mente acuta lo porta sempre oltre il pensare, dire e fare comune. Un vero artista, dunque. Un essere libero e leggero. Con radici salde come un albero. Oltre ogni confine. perché l’arte, quella vera non si definisce, non si circoscrive, né si descrive. Si respira. Il volume è diviso in quattro capitoli, Il primo ha come titolo una citazione di Pirandello: “Io dunque son figlio del caos…”, il secondo si addentra “Nel bosco del mondo”, il terzo si perde in “Erranze” e l’ultimo, infine si adegua all’esimo spazio del “Nonluogo”. 

Nel primo capitolo, un Lanuzza disincantato, ironico, cinico, ma anche sorpreso, persino a volte divertito, mette insieme aneddoti e cronaca nera, macabra e vera, contemporanea e senza tempo. Parole buttate nella follia della follia: «nel nostro tempo il caos è un mondo parallelo, talora intrusivo e perturbante.» (p. 19) Ma detto in maniera ancor più brutale: «Caos è non aver un modo di vedere le cose.» (p. 41). 

Il secondo capitolo è una riflessione continua sulla poesia che nel bosco trova una casa molto accogliente e capace di lasciarsi incantare dal suo respiro. Perché «addentrarsi nel bosco, allontanarsi, sparire, dileguarsi, stare ‘altrove’. Solo per (perdutamente) essere.» (p. 55) perché lo «spazio del viaggio nel bosco non è quello topografico, ma dell’esistenza.» (p. 55) E ancora «Poesia del bosco inadattabile a far parte d’un paesaggio da cartolina.» (p. 55)

Il suo sussistere come luogo sublime dell’essere non lo rende un paradiso o un giardino dell’Eden, ma si dispiega in tutta la sua grandezza contenendo tutto, anche la sofferenza: «il bosco: pieno di segreti come un cuore gonfio di dolore.» (p. 56) E la poesia? e i poeti? Ecco, non esageriamo, per ora contentiamoci di ritrovare noi stessi nel bosco, in solitudine. «Andando da soli nel bosco e con il bosco» (p. 64) Prima di essere poeti, bisogna sapere chi siamo. Senza falsi ideali, finzioni e religioni:

«stando nel bosco, credi nella Creazione e in nessun Dio» (p. 64). Accade che passeggiando nel bosco ci accorgiamo che «nasconde l’orizzonte e abolisce la meta» (p. 69) L’essere umano spesso guardando al traguardo (il successo? Dio? la sopravvivenza dell’anima?) non vive più il presente, si dimentica della relazione e si perde nel riflesso del riflesso di quello che gli viene detto di credere.

Spesso non si prende coscienza di quello che ci accade, ancor meno di quello che accade al di là della nostra piccolissima esistenza. E chi invece si scosta dal vagare comune, lo fa per un breve tratto, il tratto del suo tempo, o vita, che anche lui arriva alla fine del viaggio: «… l’ultima tappa di chi ha tanto viaggiato è il non ritorno» (p. 80)

Poi ci sono le erranze… dal bosco, prima di arrivare al punto del non ritorno, il viaggio continua nella civiltà.  E la riflessione sulla poesia si fa ancora più acuta. se nel bosco già si intravedeva ora è chiaro e lampante: è tutto un apparire, uno spettacolo, un mettersi in mostra. «La poesia è diventata nostalgia della poesia […] i poeti non leggono gli altri poeti.» (p. 82).

Oggi, i poeti si ascoltano, si prodigano in appariscenti spettacoli di sé, poco rispettosi della materia, poco studiosi o lettori, persino di questo loro sé tanto esaltato: «ha scritto un libro, ma non l’ha letto» (p. 82) Stefano Lanuzza compie il suo di viaggio, senza mete precise, si limita ad osservare quello che vede, ma con lo spessore di un profondo conoscitore dell’animo umano, del pensiero filosofico, della letteratura e della poesia, e degli uomini che stanno dietro le loro opere. Non si lascia tappare gli occhi da nessun credo: «la fede? Un partito preso. La fede: il contrario dell’onestà intellettuale.» (p. 105) E difende l’importanza di usare le nostre capacità di ragionamento e il nostro diritto all’esistenza.

«Se c’è un modo, s’impari l’Essere più del sapere; e il capire più del conoscere.» (p. 114) Stefano Lanuzza in questo libro compie il suo viaggio verso il lettore e condivide così il suo percorso senza parole che fanno fracasso o che si mettono in mostra e mette in guardia da chi rimane fermo. La staticità crea mostri. «Andando la vita diventa scommessa e colpo di dadi […] c’è l’esilio […] poi c’è l’erranza, la diaspora nel senso della dispersione, il viaggiare per paesi e continenti perseguendo l’originaria attitudine nomadica umana e dalla quale, nel volo dei millenni, nascono il fuoco, la musica, la scrittura e ogni arte. Mentre dalla fissità e dall’affermazione dell’idea del territorio, sorgono gli ‘orti conclusi’: le nazioni e le frontiere con i loro steccati, sciovinismi, razzismi.» (p.186)

Un nonluogo diventa allora l’unico luogo dove poter esistere, dove rifugiarsi, o dove semplicemente conciliarsi con l’idea della morte o della fine del viaggio, perché prima o poi ogni vita si compie, il bosco diventa «deserto», o «un’isola», lasciando che la pioggia lo ricopra di «piccole gocce gelate».

L’uomo cessa di esistere. Con lui muore la sua performance. la sua spettacolarizzazione. La poesia sola rimane, nel silenzio delle pagine bianche e della parola scritta. La lettura come momento alto di quello che resta. Da non sublimare.

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