Dopo aver letto le prime pagine di “Quel che resta del giorno”, forse il romanzo più famoso del Premio Nobel Kazuo Ishiguro, mi è stato subito chiaro che niente di ciò che avevo provato leggendo un altro suo capolavoro, “Non lasciarmi” – sto parlando di inquietudine, disincanto, senso d’impotenza – , mi avrebbe fortunatamente toccato.
Piuttosto ho temuto di annoiarmi, perché tutta la prima parte del romanzo non sembra voler raccontare altro che la “fidata devozione” di un elegante ed erudito maggiordomo al servizio di un potente signore d’Inghilterra. Lo stile letterario utilizzato da Ishiguro è ovviamente altissimo, per indubbio merito dell’autore, per la sua capacità di condurre il lettore fin dentro i sontuosi corridoi di Darlington Hall (l’elegante residenza di Lord Darlington dove il protagonista, Mr. Stevens, presterà servizio per l’intera vita attiva), e lasciarlo origliare, magari nascosto dietro la porta, una di quelle forbite conversazioni fra il padrone di casa, i suoi ospiti illustri (del calibro di Winston Churchill!), e il maggiordomo.
In realtà l’autore fa molto più di tutto questo. Nell’Inghilterra di quegli anni, c’è maggiordomo e maggiordomo. E Mr. Stevens, il protagonista e io narrante di questo potente romanzo, si rivela assai meticoloso nel dare la sua spiegazione di cosa veramente distingua un uomo da un altro uomo, un maggiordomo da un altro maggiordomo: la dignità. A questo punto siamo solo a metà del romanzo, ma è come se il lettore, in cambio della sua pazienza e dedizione, abbia già avuto in cambio tutto ciò che desiderava.
Da lì in avanti è più facile amare il romanzo, si è portati a divorarlo a dispetto di un plot che non sembra nato per “accattivare”, bensì per indurre alla riflessione, come del resto hanno l’abitudine di fare i grandi romanzi di narrativa.
Ma riflettere su cosa, esattamente? Sulla propria vita, su come abbiamo deciso di spenderla, sulla paura che incombe dinanzi alla – forse non così remota – possibilità di aver sprecato l’intera esistenza.
Addolora il lettore scoprire, alla fine del romanzo, che Mr. Stevens non si è concesso di amare, e ora che il suo bel viaggio in auto fra il Dorset e la Cornovaglia sta per volgere al termine, non riesce ad ammetterlo a sé stesso, preferendo di andare a nascondersi dietro l’ombra di Lord Darlington, l’uomo in cui tanto aveva riposto fiducia e che adesso si è rivelato non all’altezza delle aspettative. È come se Stevens applicasse la sua rettitudine professionale alla vita privata, portandola all’estremo di sé, anzi, oltre sé stesso, fin quasi a rinnegarsi.



