
Ormai mi capita di rado (sarà inconscio) di mettere le mani nei cassetti più reconditi dei mobili di casa, quelli dove si accumulano inesorabilmente (anche se la casa è nelle mani di una seguace di Marie Kondō e del suo magico potere del riordino) ricordi e briciole, cianfrusaglie e polvere.
Nelle settimane scorse, complice un piccolo restyling della stanza dove lavoro, ho dovuto ripassare le carabattole raccolte in un piccolo, anonimo comò. Ho riesumato un sacchetto il cui contenuto faceva lo stesso rumore di una manciata di dadi scossi nel bicchiere di cuoio prima del lancio d’azzardo. Aperti i lacci ne sono venute fuori nove figurette d’avorio, di sicura origine orientale, giapponese per la precisione.
Raffigurano, con minuta perizia, persone comuni, venditori, scribi, artigiani, contadini, in piedi, accovacciati, con un arnese, un cesto, una insegna in mano. Nella parte posteriore sono tutti provvisti di due fori: sono netsuke, senza ombra di dubbio. I netsuke sono oggetti di piccole dimensioni, raffiguranti uomini, animali, frutti e altro intagliati in materiali diversi, avorio, legno di bosso, una specie di bottoni o fermagli destinati a chiudere i lacci che nell’abito tradizionale giapponese maschile sostengono alla cintura dei piccoli contenitori, come dei borselli.
Sospetto che non sia stato frutto di un caso che siano saltati fuori proprio mentre stavo leggendo Un’eredità di avorio ed ambra (Bollati Boringhieri), il libro che Edmund de Waal, professore di ceramica all’University of Westminster e storico dell’arte britannico, ha dedicato nel 2010 ai 264 netsuke da lui ereditati e, attraverso la storia e le avventure di questi oggetti, alla sua famiglia di origine, la famiglia Ephrussi.
Il professore è uno degli ultimi rampolli di questa ricchissima stirpe di ebrei russi, diventati dei nababbi nella prima parte dell’Ottocento attraverso il commercio dei cereali ucraini e poi come banchieri. Per opulenza e influenza gli Ephrussi rivaleggiarono con i Rothschild e allungarono i loro rami (nel libro c’è anche un albero genealogico) da Odessa a Vienna a Berlino a Parigi.
Gli oggetti furono collezionati da Charles Ephrussi (1849-1905), famoso mecenate, storico dell’arte amico di Renoir, Degas, Proust, che iniziò la raccolta a Parigi verso il 1871 sotto la spinta della moda allora imperante degli oggetti giapponesi (lacche, mobili, ceramiche, incisioni). I minuscoli oggetti sfuggirono miracolosamente alle razzie hitleriane per finire poi, con un Ephrussi zio dell’autore del libro, in Giappone e infine nelle vetrine di casa de Waal.
I netsuke sono il filo conduttore di una storia appassionante e coinvolgente che attraversa due secoli, narrando le fortune e la successiva dispersione di una famiglia nella tormenta della guerra e del nazismo.
I miei netsuke hanno una storia più semplice. Una mia amatissima zia li acquistò durante alcuni suoi viaggi per le capitali europee, che le consentivano, una volta l’anno, di uscire dagli angusti confini del paese dove viveva e dell’ufficio dove lavorava e di assaggiare un’atmosfera cosmopolita. Ora, mentre scrivo, mi guardano dalla loro mensola, con gli occhi e, alcuni, con un sorriso enigmatici.



