C’è sempre un momento dell’anno in cui maturo la necessità di stabilire un contatto di qualsiasi natura con il Sud Italia, e allora mi metto a pensare di organizzare un viaggio, o di provare qualche succulenta ricetta di cucina o, perché no, di comprare un libro.
Stavolta, incuriosito da una copertina in cui sono visibili l’androne e la corte di un antico palazzo con archi e ringhiere e scalinate di “vanvitelliana” memoria, ho fatto proprio questo, ho comprato un libro, “Io sono Libertà”, di Valeria Patruno (Scatole Parlanti). E sono approdato in una città del sud – lo confesso con una buona dose di vergogna – di cui so poco o nulla: Bari.
L’autrice lo dichiara da subito, questa è un’opera di fantasia. E io le credo, e intanto lascio che una narrazione lucida e meticolosa mi conduca nel cuore pulsante del quartiere Libertà, nella Bari autentica, popolare, assieme alla protagonista di questo romanzo, Debora, anzi Deborah con l’ “h”, come precisa Valeria.
Conosco le sue vicine di casa, i venditori ambulanti che popolano il mercato rionale, conosco anche la nonna di Deborah, e la madre, e infine il fratello, ma qui forse mi sono spinto oltre, perché l’intimità di Deborah va rispettata, e il lettore, in questa vicenda, è disposto a farlo. Anzi, è disponibile ad accompagnare la protagonista fino a Firenze, perché è lì che forse si nasconde suo padre.
Uno stile lucido, dicevo, quello di Valeria. A tratti mi ha fatto pensare ad altri romanzi che ho letto, come “Resoconto”, di Rachel Cusk, o “La Vergogna”, di Annie Ernaux. In certi momenti ho quasi creduto che Deborah con l’ “h” fosse proprio Valeria, che evidentemente il suo quartiere lo sente come una parte inscindibile di sé, e lo critica quando, dalle strade e dalla gente, sente che trasudano ignoranza, violenza, mancanza di rispetto.
E poi lo ama, e non potrebbe fare diversamente, perché è da lì, dal Libertà, che per lei passa la vita, quella vera, che vale sempre la pena di tenere stretta a sé. Perché siamo noi stessi, quella vita. Noi siamo Libertà.



