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Quelli senza ritorno sono i gli unici veri viaggi

Non una trama vera e propria, nessun personaggio realmente definito, dimensioni dello spazio e del tempo quasi irrilevanti: leggendo Le stelle fredde (Bompiani) di Guido Piovene – premio Strega 1970 – sale subito alla memoria il Montale di ciò che non siamo, ciò che non vogliamo. 

L’autore del noto Viaggio in Italia, edito sempre da Bompiani, esprime, in questa a tratti non-narrazione, l’esatto opposto del concetto di viaggio che il lettore si aspetterebbe, al punto di giungere alla conclusione che quelli senza ritorno sono gli unici veri viaggi. Ci si trova infatti a fare i conti con un protagonista che, abbandonato dall’amata Ida, è più un anonimo “io” in profonda crisi con se stesso, con l’altro, con la società, con la vita stessa nella sua essenza. Il lettore è trascinato in un vortice inquietante, una sorta di caduta in una dimensione alienata e altra, tratteggiata da un paesaggio deformato da simboli di baudelairiana memoria: un ciliegio è l’immagine attorno alla quale tutto ruota, mentre una Natura, anch’essa vagamente definita ma onnipresente nella sua più primitiva dimensione, distante e aliena, fa da sfondo alla fuga da una società mercificata e ancor più alienante.

L’unico spostamento nello spazio fisico è quello dalla città alla campagna dell’infanzia, dove il protagonista deve fare i conti con un passato doloroso, con relazioni familiari malate e nelle quali non è concepita alcuna percezione dell’“altro da sé”. Solo in seguito ad una vicenda surreale (l’omicidio dell’ex marito di Ida) per un attimo si ha l’impressione di riconoscere una struttura vagamente ordinata – quella del giallo – ma in realtà si riparte per una nuova fuga: il protagonista si sente braccato dalle forze dell’ordine finendo dritto in un nuovo percorso che pare più una riflessione allucinata sulla “rinascita dalla morte”, descritta da un momentaneamente redivivo Dostoevskij, e condotta passivamente sotto la supervisione di un poliziotto – filosofo alla Dürrenmatt.

La crisi rappresenta quasi il muro di fondo del palcoscenico sul quale si svolge il dramma, ed è una crisi totale: crisi della comunicazione, tanto che la vicenda prende le mosse da una presunta ipoacusia, più un rifiuto ad udire i rumori del mondo che una malattia vera e propria; ma è anche la crisi del linguaggio, della parola, di ogni forma di relazione e interazione. Il caos pare regolare ogni aspetto di questa non-esistenza del protagonista (nonostante i suoi sforzi di una classificazione maniacale e quasi compulsiva della realtà) – dimensione nella quale il lettore è costretto, di pagina in pagina ad interrogarsi – e in contrasto con il caos paiono infine essere solo le orbite perpetue delle stelle.

Tuttavia sono stelle lontane, la loro luce, partita migliaia di anni fa, giunge a noi ormai fredda, eppure in quelle stelle è racchiuso il più grande mistero dell’esistenza umana, il suo senso più profondo. Vedevo il corpo d’Ida … unica forma luminosa che ripeteva il suo passaggio dopo aver percorso la sua orbita circolare. Quel corpo era la verità e la giustizia stessa … nessuno apparteneva a sé, né apparteneva all’altro, ma entrambi alla natura che ci usava come due stelle.

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