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Annamaria, la ragazza che non ha sbagliato

Quando ho partecipato alla presentazione di Io non ho sbagliato di Onofrio Pagone (Giraldi editore), nel 2019, ero insieme ad alcune amiche rumene. Si celebrava la Festa Nazionale della Romania alla sua XI edizione. Notavo la commozione negli occhi delle donne presenti, palpabile. Mi ripromisi di leggere quel romanzo che l’autore gentilmente mi aveva autografato. Non sapevo cosa mi aspettasse. Quello che vi racconto adesso non è il contenuto del romanzo ma gli effetti che ha generato in me e, credo, in molti lettori, di questa storia vera.

Lo scrittore ha raccontato – con gli espedienti della narrazione verosimile – l’incontro che, come giornalista, aveva avuto qualche anno prima con la protagonista, una giovane ragazza rumena che egli sceglie di chiamare Annamaria. 

Quella che si legge tutto d’un fiato è la storia di un viaggio intenso, a tratti terribile e per altri versi stupendo, di una ragazza che da un giorno all’altro si ritrova donna, poi clandestina, poi madre, poi orfana di figlio. Sì, perché la giovane donna, rimasta incinta dopo un incontro d’amore cui aveva dato i caratteri della favola dei sogni, capisce che quel bambino non è accettato dal padre né dalla famiglia e sceglie di andar via. Va via da una terra povera, culturalmente arretrata, inseguendo l’Eldorado già scelto dalla madre: l’Italia e, per la precisione, la Puglia. 

Il viaggio si rivela un percorso d’iniziazione che non lascia respiro, che inchioda a quelle pagine inibendo persino le lacrime. Un viaggio nel quale la ragazza dovrà difendersi da un tentativo di violenza, poi affrontare un parto che mette a rischio la sua vita, poi sopportare la scomparsa del figlio la cui inspiegabilità è resa ancora più sconvolgente da una lingua sconosciuta, la quale diventa inconsapevolmente responsabile del suo stesso dolore.

Seguiamo la vicenda paradossale di Annamaria lasciandoci trasportare da un racconto che man mano si fa “consapevole”, una consapevolezza a doppio binario, quello linguistico – la “straniera” piano piano impara a capire l’italiano – e quello conoscitivo – la ragazza comprende di essere una figlia tradita e una madre monca della sua stessa maternità. 

La cosa straordinaria è leggere e non rendersi conto che a parlare sia un giornalista e per di più un uomo. L’autore è entrato così tanto nella psicologia della protagonista da scrivere come se fosse lei a raccontare sé stessa in terza persona, con un racconto “umano” che non appare né distaccato né troppo emotivamente coinvolto. Il giornalista cede il passo alla commozione dello scrittore e lo scrittore fa tesoro dell’approccio reportagistico del giornalista.

Annamaria diventa così il simbolo delle tante Annamaria che attraversano prima di tutto l’Europa, dall’Est agricolo all’Ovest industrializzato, ma anche il nostro presente, sfidando le leggi della convenzione sociale, del pregiudizio, di un sistema giudiziario cavilloso, lento, poco imparziale. È una novella Antigone in questo suo opporsi alla “legge dello stato” per seguire la legge del cuore in un finale tutto da scoprire che – quello sì – emoziona e lascia allibiti. Ma è anche una Medea “rovesciata”, che non uccide suo figlio bensì il prototipo della madre che conosciamo e siamo abituati a celebrare. Ed è una splendida Alcesti che sceglie la morte – spirituale non reale – in nome di un amore più grande della sua stessa vita.

Un racconto che consiglio a tutti quelli che ancora riducono l’immigrazione a un falso problema economico-sociale (“Ci tolgono posti di lavoro”, “Aumentano la criminalità”, ecc.), incuranti delle tante, tantissime storie di dolore che si nascondono dietro ognuno di quelle fughe, di quegli abbandoni che sono già e sempre più spesso simbolo di una scottante sconfitta dell’umanità.

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