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La clinica di Zurigo e il faro delle parole

Devo imparare a governare da solo la mia barca. È più facile sinché sono in clinica. Governare la barca fuori non sarà facile. Molto è affidato alla sorte di questi appunti, che sono gli appunti della salvezza

La prima edizione di questa biografia – Il campo di concentrazione di Ottiero Ottieri (Guanda) venne pubblicata nel 1972 da Bompiani, poi nel 1984 da Marsilio, ora è tornata in libreria con il suo potere di racconto vivido sulla fragilità umana. Quasi cinquant’anni e una seduzione senza età per il lettore.

È un viaggio nella geografia interiore di Ottieri che soggiorna volontariamente in una clinica psichiatrica di Zurigo, tra il 1970 e il 1971, per provare ad affrontare il disagio che lo attanaglia. 

Il successo non è sufficiente per un uomo profondamente tormentato che si mette in cammino, in un esilio volontario, nei tentavi di dipanare il suo male. L’alcool, i desideri, le donne… e la convivenza con una palude nera pronta ad inghiottirlo.

Analisi freudiana, analisi junghiana, psicologi, Valium… Il protagonista si destreggia tra le terapie della parola e i farmaci per trovare un rimedio alla sofferenza. È alla ricerca di un modo, di relazioni capaci a sanare le crepe interne. Infatti la cultura, il bel mondo, non sono sufficienti ad ammansire il dolore.

Questo è un diario visionario, potente, in cui ogni particolare viene appuntato con ironia e capacità di scavo. 

L’anoressica, il vecchio che vive con gli occhi chiusi, le avventure spericolate di T.B., sfilano nei lunghi giorni d’ospedale. Molti stanno qui aspettando una vita dove dirigersi. Ci stanno bene. Alcuni vivono qui. Non trovano un posto nel mondo. Eppure la luce è nei gesti delle infermiere, nella signora dei sogni, in un incontro in giardino. La mente lavora, osserva, vorrebbe… ma poi le azioni si bloccano in quella che viene diagnosticata come una nevrosi depressiva. 

La scrittura è un faro nella tempesta della malattia, la parola capace di rammendare e curare in una ricerca del senso di sé e delle cose. 

Il miracolo di questo libro è che l’autore riesce a coinvolgere chi lo attraversa facendolo ridere, piangere, sostare nei luoghi sconosciuti della mente. Una vera palestra di addestramento sulla  vulnerabilità della condizione umana.

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