
Nel corso del Novecento è veramente esiguo il numero degli scrittori emigrati che, adottata la lingua del paese d’arrivo, ottengono riconoscimenti anche nella loro terra d’origine. Alma Novella Marani, che per anni ha studiato i rapporti letterari tra Italia e Argentina, dopo un’intensa attività accademica svolta a La Plata, rientrata nella sua Romagna natale, pubblica Immigrantes en la literatura argentina nel 1998.
Marani conclude il suo saggio con un capitolo dedicato a due voci narrative di fine Novecento, Syria Poletti (1917 – 1991) e Antonio Dal Masetto (1938 – 2015). Ma fino a che punto entrambi devono essere ritenuti soltanto scrittori argentini? Non sarebbe forse giusto valorizzare anche l’inequivocabile matrice italiana, accettando le suggestioni di Carmine Abate che ha coniato la felice espressione vivere per addizione con il proposito di evidenziare la coesistenza di mondi culturali diversi nella sensibilità del migrante?
Il concorso Syria Poletti, Sulle Ali delle farfalle organizzato nel Friuli, sua terra d’origine, giunge alla quattordicesima edizione nel 2020 e mantiene vivo il ricordo della sua personalità e delle sue opere.
Ora, anche la voce narrativa di Antonio Dal Masetto, grazie alla giornata di studio che promuove LetterAltura, rivive sulle sponde del Lago Maggiore e permette di accrescere la conoscenza della sua opera, come tanti dei suoi estimatori caldeggiano in virtù della sua qualità letteraria.
La questione sull’appartenenza all’una o all’altra letteratura pare ancora lontana da una soluzione definitiva. Nel corso delle lezioni tenute presso il Politecnico Federale di Zurigo nel 2017 su migrazione italiana e creazione letteraria, Melania Mazzucco propone di includere nella letteratura italiana anche le opere di italiani emigrati che adottano la lingua del paese d’arrivo per la loro scrittura.
Mi sia consentito ora di attingere alla mia esperienza personale. E’ stato mio padre a farmi leggere il mio primo Antonio Dal Masetto, nelle torride giornate estive di dicembre, a Buenos Aires durante uno dei tanti Natali in famiglia negli anni Novanta. Abitavo a Milano da tempo e non avevo molte occasioni per seguire le novità letterarie dall’Argentina.
Mi colpì che proprio mio padre, arrivato a Buenos Aires quando aveva sedici anni, trovasse Oscuramente fuerte es la vida un romanzo significativo, mi domandai se quelle pagine memorialistiche non contenessero anche il senso profondo del suo trovarsi a trascorrere l’adolescenza e gli anni universitari in un piccolo centro urbano, nella città di San Juan (nel Nordovest dell’Argentina) prima di intraprendere la professione di ingegnere a Buenos Aires. E mi ricordai del pomeriggio trascorso sul Lago Maggiore, negli Ottanta, quando lui portò me e mio fratello a visitare i luoghi in cui aveva vissuto alcuni mesi da sfollato ai tempi della guerra.
Il suo andare alla ricerca della casa e delle strade che lo videro bimbo misurarsi con l’enormità di un conflitto armato non era poi tanto diverso da quanto leggiamo in Cita en el Lago Maggiore.



