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Cosa Rimane del maragià e dei suoi 20 anni

La poesia te la trovi dove meno te l’aspetti… leggi un libro perché vuoi sentirti raccontare una bella storia e poi in quel libro trovi molto di più.

Accade così con Il maragià di Firenze (Arkadia) di Paolo Ciampi. La storia c’è, e c’è un protagonista: Rajaram Chuttraputti di Kolhapur, per i fiorentini – ma verrebbe da dire per gli amici – semplicemente l’Indiano. La sua è una storia all’apparenza scarna, come può esserlo quella di un giovanissimo principe che parte dall’India diretto ad Occidente per trovare improvvisamente e inspiegabilmente la morte a Firenze, nel freddo novembre del 1870. Un viaggio senza ritorno: è già inconcepibile così, figuriamoci morire a vent’anni.

Paolo Ciampi ci ha abituati all’idea che il viaggio, qualunque esso sia, è sempre un evento complesso, soprattutto quando si tratta di viaggi “a chilometro zero”, come – per certi tratti – è quello del maragià di Firenze; il viaggio intercontinentale e ultraterreno di Rajaram diventa man mano altro: motivo per scandagliare il cuore di un ventenne vissuto alla fine del 1800, capitato quasi per caso in una capitale d’Italia a fine mandato, ma soprattutto pretesto per raccontare se stessi.

Ancora una volta dissotterro l’adolescente che ero per indagare l’adolescente che prima di me è stato un maragià indiano, perché così, ancora una volta ho ritrovato il ragazzo che ero io. Ma non solo. Rajaram si rivela uno straordinario compagno di viaggio, uno di quelli che – pur nel suo mutismo di pietra – ci svelano mille orizzonti, ci mettono di fronte al senso di ogni viaggio: cosa rimane?

Sei una farfalla, sei un respiro. Sei febbre di vita, quella febbre che il respiro, al giovane maragià, l’ha tolto brutalmente, a ricordarci come, per capire la vita, bisogni sempre fare i conti con questa morte che da sempre avverto al mio fianco.

Va da sé che non è possibile affrontare un viaggio come questo senza le giuste scorte, e Paolo Ciampi da sempre ci parla, oltre che di viaggi e di personaggi, anche di parole: le parole, quelle che contano, che pesano, che nascondono, tra le lettere e i suoni di cui sono composte, altre storie e altre parole. 

E la striscia di asfalto davanti a me mi pare come una lavagna su cui vien bene annotare parole. Fuoco, acqua, vento, anche aria certo. Parole essenziali. Morte, vita, ancora morte. Anzi meglio in quest’altra sequenza, vita, morte, vita. E poi albero, fiume, cielo. Parole così, senza presunzione. Parole più che frasi compiute. La stessa poesia, mi viene in mente, prima di tutto è parola singola, selezionata tra molte altre, quella parola e non un’altra.

Ed è così che arriviamo proprio alla poesia, non solo perché indagando Rajaram incontriamo numerosi poeti – Keats, Shelley, Neruda – per non parlare di scrittori e studiosi che in qualche modo gravitano attorno alla stella del maragià (e mai in modo casuale). E Leopardi, certo, perché quando si parla di un fiore caduto ancor prima di sbocciare, non si può non pensare a Silvia e la parola non può che farsi poesia.

E allora chiamiamole in causa almeno alcune delle parole con le quali sono tessute le trame di questa storia: DESIDERIO, desiderio di vita, dell’oltre, dell’altrove, del futuro; RICORDI, quelli di Rajaram, troppo pochi, quelli di chi invece ne ha già accumulati molti, perché la vita gliel’ha concesso; ILLUSIONE che accomuna i grandi di Santa Croce ai molti che trovano ancora oggi la morte in mare, inseguendo il fantasma di una vita migliore; SOGNO, il “sogno contiguo” che accomuna il narratore al suo “narrato muto” – ma muto fino a un certo punto – e che spinge tuttora molti giovani, “la meglio gioventù” , a percorrere un’Europa che sognano unita o un mondo che sognano migliore con l’entusiasmo dei vent’anni, trovando invece la morte, vittime di scellerati fanatismi o di regimi infami.

Cosa rimane? Cosa rimane di questa storia apparentemente semplice, di questo andirivieni in bicicletta da casa alle Cascine, che però a ben guardare ci ha portati ovunque, dal passato al presente al futuro, da Firenze all’Inghilterra all’India? Un’altra parola rimane: SILENZIO, perché certe volte i silenzi parlano non meno delle parole ed è dai più sovrumani silenzi che nascono le poesie più grandi; lo stesso silenzio dei molti fiorentini che in una notte di 150 anni fa hanno sfidato il buio, il gelo, la diffidenza verso il “diverso” per onorare ciò che è rimasto di un giovane, venuto da lontano, le cui ceneri sono scivolate, in silenzio, lungo l’Arno, verso il mare.

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