
Si estende su sette colli – altrettanti punti di osservazione dai quali godere i panorami più splendidi – il vasto, irregolare e multicolore insieme di edifici che forma Lisbona.
Si apre con uno degli incipit più belli che abbia letto la piccola guida turistica della capitale del Portogallo scritta da Fernando Pessoa nel 1925 e che mi sono portato dietro in viaggio.
A Lisbona? No, a Porto, anche se suona un po’ strano.
La verità è che detesto sapere troppo dei posti dove vado – prima schivavo le guide adesso Internet e le sue onnipresenti fotografie e webcam – e preferisco approfondire dopo, al ritorno. E così su Porto non presi niente, ma comprai la piccola guida di Pessoa su Lisbona, dove ero stato un paio di anni prima, fermandomi come tutti accanto alla sua statua seduto ad un tavolino fuori dal caffè A Brasileira, così da rinfrescarmi la memoria e gustare nuovamente il bel soggiorno mentre me ne stavo in un altro gioiello del Portogallo, ancora più affascinante di quanto immaginavo.
E Pessoa, nella sua Lisbona. Quello che il turista deve vedere, ci porta in una città apparentemente immutabile, come Firenze, ma che non esiste più: un luogo dove si arrivava via nave vedendo per prima cosa la Torre di Belém, dove per entrare nelle chiese, nei palazzi, perfino per visitare il carcere, si chiedeva il permesso, non si pagava il biglietto, dove lo scrittore viaggia con la sua auto che immagino di lusso tra i quartieri e le storie della capitale, sconfinando fino a Sintra.
Pessoa ha la passione per le statue ed i busti, che descrive sempre, per i giardini dove si sofferma volentieri, invita il turista a non perdere il Monastero dos Jeronimos – La vista a Jeronimos deve essere lunga, se davvero deve essere una visita – insegue le tracce di re e regine del Portogallo, non nasconde pagine scomode della storia come il massacro degli ebrei nel 1506, iniziato dopo una infuocata predica nella chiesa di Sao Domingos che aizzava il fanatismo popolare.
Descrive il mondo dei giornali e dei periodici che animava la vita della capitale lusitana, assieme all’architettura così caratteristica e ai club più prestigiosi mentre girovaga tra il Rossio ed il Chiado, fino al castello di Sao Jorge che sovrasta la città e che allora era una caserma.
Pagine che ho letto dopo una degustazione di Porto, un ottimo baccalà, la scoperta del Duoro, del fatto che Porto è formata da due città dove ho camminato in lungo e largo, e che ho riletto a casa, molto volentieri, viaggiando da fermo, come con la pandemia ci tocca spesso fare. Anche perché ogni rigo, assieme ad essere al tempo stesso attuale e suscitare nostalgia, vibra dell’amore di Fernando Pessoa per il suo Paese e per l’uomo.
Da leggere: Fernando Pessoa, Lisbona. Quello che il turista deve vedere, Passigli
Da ascoltare: Amalia Rodrigues, Gaivota




