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La poesia come il toro nell’arena

Gli appassionati di tauromachia sanno che le corride riuniscono un capzioso glossario di termini che assumono un particolare significato durante il duello tra uomo e animale. Talvolta questi termini saltano dalla strada all’arena, altre volte è dall’arena che balzano in strada. Tra i primi c’è querencia, il termine che dà il titolo all’ultima raccolta di versi di Lorenzo Mari (Oèdipus Edizioni), autore tra gli altri di Pellegrinaggio senza Endimione (V premio Alessandro Tanzi), Minuta di silenzio e Ornitorinco in cinque passi (finalista al Premio Elio Pagliarani per l’inedito); curatore e traduttore.

Se consultiamo il dizionario della Real Accademia Spagnola, ne scopriamo almeno quattro possibili definizioni: 1) Azione di amare o desiderare, 2) Luogo caro 3) Tendenza o inclinazione del toro a preferire un determinato luogo della plaza in cui appostarsi, 4) Inclinazione o tendenza delle persone e di certi animali a tornare nel posto in cui sono cresciuti o in cui hanno trascorso una parte importante della loro vita. Insomma, quando non si ha un toro davanti, querencia (dal latino quarare, cercare) può tradursi con affetto o desiderio, ma anche rifugio, luogo caro, oppure, con un’espressione che ultimamente riscuote un gran successo, zona di comfort. 

Lorenzo Mari applica il termine querencia in senso vasto, alla vita, certo, non solo alla poesia, ma è necessario chiedersi: a quale vita? Alla sua propria, mi sembra, e alla vita della forma poetica, questo genere che oggi sembra sempre arrivare in ritardo, come scriveva Guido Ceronetti nel suo La lanterna del filosofo.

Quando Mari dice per esempio Predica a lungo. Predica niente. Predica vuoto. Non predica toro (che ci ricorda il celebre Ever tried. Ever failed. No matter. Try again. Fail again di Samuel Beckett), inquadra l’oggetto di questo libro, che coincide con gli indefinibili limiti del poetare, quindi, si voglia o no, del vivere.

Poche cose sono più adatte di una corrida a rappresentare la vita, perché la mette davanti al suo contrario. Alle cinque della sera… scriveva Federico García Lorca in memoria dell’amico, torero e poeta, Ignacio Sanchez Mejia, che morì a causa delle ferite riportate in una corrida dell’11 agosto del 1934.

Mari vi si riferisce in modo velato, come se Lorca fosse una lontana voce che proviene dalla boscaglia, ma sembra rifarsi anche a David Foster Wallace e alla sua concezione del tennis come atmosfera-cornice. Che si parli di una pista o di una plaza, Querencia è un libro in cerca di uno spazio, perché querencia è un luogo a cui si torna, quasi sempre. Così come l’autore torna in Spagna, dopo esserci vissuto, così come si cantilenano, lallano, le parole querencia, rosso e toro, un po’ come in Einaudi l’adagio riporta alle note centrali, al punto centrico delle note, appena l’avanzare delle strofe ci aveva condotto in luoghi diversi. La poesia è un toro che vorrebbe, ma non può. La poesia Predice, partendone, il vuoto. 

Nella secolare disputa tra antichi e moderni, che si può rileggere in Marc Fumaroli, Le api e i ragni,  Mari si schiera disilluso, scettico e pagano tra i due fuochi: non so delle api, non so dire (…) come sforzino a mistica il polline  questo proprio non so dire. Si apprezza nel suo testo, in particolare, il non voler esser ragno a ogni costo, i suoi giochi mai gratuiti evitano di perdersi in quell’impossibilità che si risolve, positivamente, in un’ipnosi. 

Tornando alla metafora iniziale, a quell’allegoria che dissacra l’impossibilità di un dire armonico, di un punto d’incontro come ha giustamente rilevato Luciano Mazziotta, il toro che si rifugia nella sua querencia sente di star perdendo la vita, e vi si rintana per riunire le forze, vendere cara la pelle al quartetto di professionisti che stanno cercando di ammazzando. Querencia, in definitiva, è anche il luogo in cui la poesia si rifugia, naturalmente prima di lei vi si è riparato il poeta, che infatti scrive: scritto sì  ma non compreso, e nemmeno toccato / chiedendo, sempre, al macero  perché non si è taciuto

La querencia di Mari non è solo quella delle corride, o forse sì. È un luogo in cui la poesia si rifugia per sostenere l’ultimo attacco, ma il poeta stavolta sembra voler ribaltare la situazione, anticipando la stoccata finale, e secondo le regole della corrida un toro che dimostra nobiltà e coraggio dev’essere graziato. In tauromachia, merita di uscire dalla puerta grande.

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