La letteratura può avere ancora una funzione civile? Può raccontare le storture contemporanee, indignarsi, senza essere didascalica o un reportage? Con “Paese infinito” di Patricia Engel, il primo libro dell’autrice nata negli Usa ma di famiglia colombiana tradotto in Italia, la risposta è sì. Ogni pagina è dettata per metà dalla denuncia e per metà dalla necessità di far vedere un fenomeno trasversale a molti Paesi, ma è soprattutto intessuta di sentimenti, di contrasti, di dubbi e paure.
E porta il lettore nella quotidiana angoscia ed incertezza di tanti migranti. Di famiglie che non sanno quale sarà il loro domani e quanto durerà. Insomma racconta, con una prosa vivida e potente, quanto possa costare la ricerca di un mondo migliore. Lo scenario sono gli Usa, ma potrebbe essere la “fortezza Europa”, i migranti sono colombiani, ma nulla cambia se fossero honduregni o dal Sudan, e nel romanzo venti anni di disavventure e speranze, espulsioni e antichi miti narrati rivendicando le proprie radici, di mestieri umili, di vicende intessute di profondo amore familiare e di dolore per una patria perduta – ma anche volontà di essere anglosassoni nel modo di parlare, vestirsi, camminare, così da mimetizzarsi e schivare le piccole grandi violenze verso lo straniero – volano mentre il Paese che li ospita è sempre più ostile.
La famiglia divisa infine si ritrova, ma ognuno ha pagato un prezzo alto e non c’è pace, nessuna certezza o lieto fine, e il romanzo rivendica anche la forza della parola, del racconto per capire ed esistere. Patricia Engel con il suo libro manda un messaggio forte: “Forse non esistono nazioni o cittadinanze: solo territori disegnati su una mappa, lì dove dovrebbe esserci la famiglia, dove dovrebbe esserci l’amore, il paese infinito”.



