Protagonisti e comprimari, ciechi che vedono, vanno incontro al proprio destino con caparbietà, incuranti dei rischi, quasi obbedendo ad una volontà superiore, in mondo che dall’immobilità degli anni Venti e Trenta porta all’inurbamento, alla fine delle famiglie allargate dai bisnonni ai nipoti che erano indispensabili per i lavori in agricoltura e che diventano inconciliabili con la vita in città e paesi di operai e salariati.
Torna dopo 32 anni “Carossa” il romanzo sulla corsa a lasciare la campagna, il podere mezzadrile, la fatica dei campi, che iniziò subito dopo la seconda guerra mondiale e che ha travolto un mondo che sembra lontanissimo, ma che era dei nostri nonni. Torna, stampato da Edizioni Readerforblind, l’affascinate libro di Claudio Marabini, giornalista, critico, scrittore legatissimo alla sua Romagna, scomparso nel 2010 e che in “Carossa” riecheggia la forza delle pagine di Verga, fa letteratura usando luoghi e parole a lui cari e soprattutto un racconto che inchioda alla pagina.
Saltano gerarchie e saperi tramandati da sempre – Giapì il reggitore del podere che dà il soprannome a lui e a tutta la famiglia alla fine torna ad essere semplicemente Venturini, perché su quella terra non lavora ed abita più, non cresce figli e nipoti – l’inquietudine del moderno si fa breccia senza riuscire a riempire il vuoto che lascia l’addio alla campagna, con la malinconia che prende il posto dei sogni di vita nuova, di comprare la terra ed un tetto.
Marabini tratteggia con maestria ed amore i personaggi – sono pagine di lingua e stile curati in ogni parola – ricorda che c’erano i padroni ed i loro tirapiedi, che le vite dei mezzadri erano comunque appese al filo della benevolenza del proprietario, che i braccianti non avevano nulla tranne al loro forza, descrive boschi e prati con l’occhio del cuore ma senza idealizzare la quotidiana battaglia del contadino per vivere. Eccede però nella valanga di sfortuna e disgrazie che precipita su Giapì e la sua famiglia, quasi come nei romanzi di appendice, ed alla fine è l’ex reggitore che resta punto di riferimento dei suoi e si fa carico dei dolori altri oltre che del proprio.
La saga contadina di Marabini, insomma, trasuda più tristezza che nostalgia e le ultime pagine confermano il senso del libro: quel mondo rurale, con la cultura ed i suoi “riti” collettivi, non
tornerà più.



