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Jack a Charlie: ma un sassofonista cosa fa?

Un sassofonista cosa fa? Tira su un bel respiro e poi soffia nel suo strumento fino a costruire una frase unica con il suo fiato.…

Già che cosa fa un sassofonista? Come è che il suo fiato si fa musica, ritmo, emozione che ora stringe al cuore, ora fa ballare dentro? E com’è che a volte si fa strada nella notte, solcata dai fari di una macchina che si dilegua?

Per me il jazz erano i motivi orecchiabili del grande Luis e degli altri di New Orleans, non questa roba che si chiamava bebop e che avevo trovato dentro un libro. Difficile cogliere la musica attraverso le parole scritte: come farsene solo un’idea?

Però dentro quel libro c’era quella domanda – Un sassofonista cosa fa? – e poi c’era anche una risposta che non partiva dalle parole per farsi musica, piuttosto, incredibile, era musica che si faceva parola.

Così io separo le mie frasi come se fossero respiri diversi della mente.

C’era di che incuriosirsi, ma ancora incredibile, non fui io a mettermi a caccia di quella musica. Quella musica ce l’avevo sempre avuta a casa, incisa su strani vinili che non erano né 33 né 45 giri, ma una singolare via di mezzo. Fu così che un giorno li tirai fuori dalla copertina, li sistemai sul vecchio giradischi, lasciai che la puntina cominciasse il suo lavoro, tra graffi e sobbalzi. Fu così che scoprii brani quali Ornithology, Yardbird Suite, Moose the Mooche, My Little Suede Shoes, Bird of Paradise, Chasin’ the Bird, Scrapple from the Apple, Relaxin’ at Camarillo (e solo più tardi scoprii che Camarillo non era una spiaggia della California, ma una sorta di manicomio, altro che Beach Boys)

La prima volta rimasi di sasso: sì, incredibile, ma questa roba che c’entrava con mio padre? Eppure proprio lui l’aveva acquistata, l’uomo apparentemente più distante dal mondo del bebop. Lui che i ragazzi della Beat Generation li avrebbe mandati volentieri a sudare in fabbrica.

La seconda volta smisi di farmi tante domande. Quella musica era già la mia colonna sonora. E da allora non ho più smesso di ascoltare Charlie Parker, non fosse altro che per sognare un’altra età e un altro continente.

Così nei momenti di dubbio torno ancora a quel libro, che così dice:

E mentre me ne stavo lì seduto ad ascoltare quel suo notturno che il bebop era venuto a rappresentare per tutti noi, pensavo a tutti miei amici da un capo all’altro del paese e a come in realtà si trovassero tutti nello stesso vasto cortile ad agitarsi frenetici e convulsi.

Ecco, proprio così. Sono cosa sacra quei dischi. Lo è altrettanto quel libro.

Il libro: Jack Kerouac, Sulla Strada

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