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Davvero, i fari sono I fiori del mare

E’ visitando la Bretagna, i suoi “selvaggi e sublimi promontori di granito dove finisce il vecchio mondo, il luogo in cui si avvertono più distintamente “quelle nobili e intense malinconie che sono le sensazioni migliori che il mare comunica”, che ho imparato ad ammirare e ad amare i fari.

Dai taccuini di Susanna Cressati

Il libro che propongo in questa occasione, Il mare dello storico francese dell’Ottocento Jules Michelet, ristampato poco più di un anno fa dalla casa editrice Elliot, l’ho letto dopo il viaggio, trovando tra i suoi capitoli più di una consonanza con ciò che avevo visto e provato avventurandomi nel periplo della magica penisola, da Vannes a Mont St.Michel.

Grandi emozioni, nei piccoli centri con le case a graticcio, nei porti talvolta vivaci, talvolta malinconici approdi di barche in apparente disarmo, coricate nel fango. Gli allineamenti megalitici e i commoventi calvaires. E poi vertiginose scogliere e, lontani, i fari: il faro de la Vieille da Pointe du Raz, il faro de l’Île Vierge, il faro di Frehel. Il romantico faro di Saint Mathieu, la cui mole bianca e arancione sorge come un pollone nuovo dal vecchio tronco rugoso delle rovine di una abbazia abbandonata. Forse è proprio qui che mi è venuto in mente il paragone tra un faro e un fiore. Il fiore del mare.

Leggendo Michelet ciò appare ancora più chiaro. Per lo storico francese il mare, che inizialmente può suscitare sgomento, paura, a volte terrore per l’enormità e l’enigmaticità del suo deserto liquido, la profondità del suo corpo, l’inarrestabile violenza dei suoi movimenti, a poco a poco diventa “persona”, “anima amante del mondo”. E come persona, letteralmente, dotato di circolazione sanguigna e “polso” (le correnti), respiro (“soffio purificante”), linguaggio, intelligenza, orgoglio, innocenza, fecondità e perfino di moralità. Questa è incarnata, in modo apparentemente inesauribile, dalla vita laboriosa dei suoi abitanti, i microrganismi che compongono la sua schiuma gelatinosa, i molluschi “poveri piccoli operai” dal “fascino severo”. Le graziose meduse, “fiori mobili” dalle movenze indecise e fluttuanti: Berenice, Orizia, Dionea, corpi di alabastro, “filamenti cristallini, splendide lacrime”, flotte fiammeggianti. Polpi, ostriche, crostacei, pesci, balene. 

Michelet, storico, sapeva bene che i mari sono stati da sempre teatro di, violenza, guerra e di conquista. Eppure concepisce le rive del mare come luoghi fraterni, ospitali (pensiamoci, oggi, noi rivieraschi del tormentato Mediterraneo) dove il dialogo tra uomini e natura, tra uomini e uomini, ha terreno fertile. Conosceva bene la violenza delle tempeste, per averne vissuta una di persona, quella devastante dell’ottobre 1859 che aveva percosso fin quasi a sradicarla la sua piccola casa rivierasca nel porto di Saint Georges, vicino a Royan, all’imbocco della Gironda.

Proprio per tutto questo vedeva nei fari, incrollabili di fronte alle intemperie, delle creature protettrici, “torri della pace, dell’ospitalità benevolente”.  

Nel corso della storia le necessità della navigazione hanno spinto i popoli ad illuminare le rive e i punti più pericolosi. Michelet elenca i fuochi notturni accesi dagli Etruschi sulle sacre pietre, quelli dei Celti sui dolmen, la rete di segnalazione intessuta dai Romani di promontorio in promontorio. In Francia fu il raggio di Augustin Fresnel (1827) a far apparire agli sguardi dei marinai un altro cielo, in Scozia la genialità tecnica di una dinastia familiare, gli Stevenson (quelli dell’autore dell’Isola del tesoro, sì), realizzò 205 grandi luci. 

Ma parlando di fari Michelet sorvola sulla storia per lasciarsi catturare dall’emozione. Lo conquista a Genova l’antichissima Lanterna, che sorride di tutte le burrasche; nel suo paese la personalità severa di Cordouan, messo a guardia, con il maestoso paramento di pietra chiara e la luce rossa, del tormentato Golfo di Guascogna, rischiosissimo “mare di contraddizioni, enigma di lotte”. Ma soprattutto il faro delle Héaux, sull’ Île-de-Bréhat, di nuovo in Bretagna, sottile, noncurante di contrafforti, flessibile, costruito con pietre commesse tra loro senza cemento. Orgoglioso ma non superbo, coraggioso, innocente e saggio, come la ginestra leopardiana. E’ questa eleganza che lo rende inattaccabile ai marosi più forti, “la sublime semplicità di una gigantesca pianta marina”. 

Del mare, di questo universo fatto persona di cui i fari sono ad un tempo creature e custodi, e ponti dell’uomo verso l’uomo, Michelet invoca visionariamente i diritti. Siamo nel 1860 e lo storico vede il mare minacciato dall’ “avidità mercantile, industriale, armata di macchine terribili che uccidono da lontano, in massa”, la possibile estinzione di tante specie, dai microorganismi ai grandi cetacei, i rischi per il futuro dell’umanità e dell’intero pianeta.

Nelle ultime pagine si appella alle nazioni perchè condividano un “diritto del mare” che le impegni a non sfruttarlo, a non inaridirlo. A non rendere vani i fari. Ridimensionamento del ruolo dell’uomo nell’universo e nel contempo affermazione della sua responsabilità, percezione della complessità, coscienza ecologica, critica precoce della società industriale, riflessione su temi emergenti della bioetica, intreccio tra le questioni ambientali e quelle attinenti la libertà e la giustizia.

C’è tutto questo ne Il Mare.

Dai taccuini di Susanna Cressati

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