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il ginnasta che più volte cadde e si rialzò

  Stadio Braglia, Modena.

     Come il Meazza di Milano, il Dall’Ara di Bologna, il Tardini di Parma, l’Artemio Franchi di Firenze e ora il Diego Armando Maradona di Napoli. Una manciata di stadi, ce ne sarebbero altri, che portano il nome di calciatori o dirigenti che hanno lasciato un segno nella storia del calcio.

     Stadio Braglia. Per la precisione Alberto Braglia, Modena.

     Chi era?

     Giocatore, bomber d’attacco, mastino della difesa o geometra di centrocampo?

     Posso pensare qualsiasi cosa, inventare possibilità: primo capitano del Modena Football Club, goleador implacabile oppure il presidente che portò la squadra nell’olimpo del calcio italiano, la serie A. 

     Io, modenese di nascita, non so nulla di Alberto Braglia e non credo di essere il solo. Se andassi in città sarei in buona compagnia.

     La risposta la trovo casualmente sullo scaffale di una libreria. Strano a dirsi, ma vero. Gli occhi si posano sulla copertina di un volume, il titolo non concede indicazioni precise, solo indizi: Alberto Braglia – L’atleta del Re

     Cercavo altro, ma lo compro. Finalmente saprò chi era l’uomo a cui è intitolato lo stadio della mia città. Avrei potuto consultare il web, ma l’idea di scoprirlo leggendo un libro è affascinante, evoca avventure che oggi non sarebbero possibili. Poi, nei libri si può trovare la narrazione di una vita o istantanee di un’epoca, non solo la biografia di una persona. 

     E quello che ho tra le mani sembra proprio uno di questi libri.

     Alberto Braglia nacque a Modena, in una famiglia povera, nel 1883; un tempo in cui la povertà si misurava con il poco cibo sulla tavola di casa. A quindici anni venne notato, durante una gara podistica, da una persona che di sport se ne intendeva: Carlo Frascaroli, per tutti il maestro

     Frascaroli si accorse che il ragazzo aveva un buon fisico, già temprato dal lavoro di garzone in un forno della città, ma non era adatto all’atletica, tantomeno alla corsa. C’era molto da lavorare, ma era convinto che Braglia potesse diventare uno dei migliori ginnasti italiani.

     Nel fienile di un vicino, il ragazzo allestì una palestra improvvisata e iniziò a seguire i consigli del suo allenatore. Dopo il turno di lavoro al forno passava il resto della giornata ad allenarsi. Esercizi su esercizi per essere il più bravo agli anelli, alle parallele e, soprattutto, al cavallo con maniglie. Aveva un solo obiettivo: diventare il miglior ginnasta del mondo. 

     Il libro di Stefano Ferrari ci fa scoprire come un sogno può diventare realtà. 

     Alberto Braglia partecipò a tre Olimpiadi, la prima fu d’argento mentre le successive si colorarono d’oro. A lui, i giudici di gara non assegnavano punteggi, ma giudizi che testimoniavano la distanza incolmabile tra le sue prestazioni e quelle degli avversari: magnifico, insuperabile, fantastico. Finita la carriera agonistica vinse ancora un oro olimpico come allenatore della squadra italiana.

     Stadio Alberto Braglia di Modena. È bello pensare che l’impianto sportivo più importante della città sia dedicato a un atleta che ha primeggiato in discipline diverse dal calcio; potrebbe essere una forma compiuta di democrazia sportiva.

     Dopo le due medaglie d’argento alle olimpiadi intermedie, ovvero celebrative, di Atene 1906, venne convocato a Roma dal Re Vittorio Emanuele III che gli chiese come l’Italia poteva ricambiarlo.

     Dica Braglia, cosa posso fare per lei? Non esiti, mi chieda quello che vuole. Lei ha fatto grande il nostro paese e io in quanto Re degli italiani voglio sdebitarmi. 

     Oltre che il miglior ginnasta al mondo – lo sarebbe diventato – Braglia era un uomo semplice. Al Re chiese un posto di lavoro fisso: operaio alla Manifattura Tabacchi di Modena. Sapeva che per mandare avanti la famiglia, sostenere la moglie e un figlio nato da poco, più che l’alloro olimpico era necessario il cibo quotidiano.

     Forse quello fu l’unico periodo felice della sua vita; di certo uno dei pochi.

     Alle Olimpiadi successive, quelle di Londra trionfò in tutte le specialità, prestazione che gli valse l’oro olimpico individuale. Erano i tempi in cui per stilare la classifica finale, quella che avrebbe assegnato la vittoria nella prova di ginnastica, si sommavano i punteggi dei singoli esercizi. Oggi viene riconosciuta una medaglia a ogni attrezzo, che siano anelli piuttosto che cavallo, sbarra o volteggio. Fosse stato così anche alle Olimpiadi del 1908 Alberto Braglia sarebbe tornato con parecchie medaglie d’oro infilate al collo. 

     Al rientro da Londra, anziché trovare i festeggiamenti che aveva immaginato, venne a sapere che era stato licenziato per le troppe assenze imputabili all’attività sportiva. Per il campione olimpico Alberto Braglia non c’era più il posto di lavoro che gli era stato concesso dal Re d’Italia Vittorio Emanuele III. Gli costò cara l’imperdonabile assenza di dieci giorni per partecipare ai giochi olimpici, quando alla Manifattura Tabacchi c’era bisogno di tutti gli operai, campione olimpico compreso.

     Da quel momento iniziò uno dei periodi più amari, non l’unico, della sua vita: dopo il lavoro perse il figlioletto e cadde in uno stato depressivo che gli impediva di alzarsi dal letto. Il campione olimpico era senza forze, non aveva nemmeno i soldi per comprare qualcosa da mangiare per la famiglia, ormai ridotta a due sole persone: lui e la moglie. 

     Alberto Braglia però, seppe rialzarsi. Trovò lavoro, nascondendo la propria identità, come saltimbanco in una compagnia di teatranti, ma ancora una volta la cattiva sorte era in agguato. Causa un incidente di scena venne identificato e squalificato a vita dalla Federazione Olimpica che non ammetteva attività atletiche retribuite. Precipitò ancora nella miseria, senza prospettive andò incontro a un nuovo periodo buio che ebbe fine con una provvidenziale riabilitazione sportiva che gli permise di partecipare alle Olimpiadi del 1912. 

     A Stoccolma la sua esibizione lasciò a bocca aperta gli spettatori e gli stessi giudici che, caso unico nella storia delle Olimpiadi, gli attribuirono la vittoria senza assegnarli nessun punteggio, solo tre giudizi superlativi: sbalorditivo, eccezionale, fantastico.

     Dopo l’ennesimo trionfo abbandonò l’attività agonistica per tornare all’attività circense e teatrale incarnando il personaggio di Fortunello. Lo spettacolo ebbe un successo strepitoso; esibizioni negli Stati Uniti e alle corti dei reali inglesi e dello Zar russo. Sembrava fatta, era famoso, aveva vinto tutto quello che poteva vincere e aveva tanti soldi, era ricco. 

     Ma in arrivo c’era la seconda guerra mondiale.

     Perse di nuovo tutto e si ritrovò, senza casa, a elemosinare qualsiasi cosa da mettere sotto i denti. Sembrava la fine, rialzarsi non sarebbe stato facile e mancavano le motivazioni.

     Nel 1947 il Modena Football Club militava in serie A e fu il caso sportivo dell’anno. Alla fine del campionato si classificò al terzo posto dietro il grande Torino e alla Juventus. Mario Morselli, giornalista della Gazzetta dello Sport, recatosi a Modena per scrivere della fantastica annata dei canarini, riconobbe, sotto i portici del centro, tra i barboni che chiedevano l’elemosina, quell’Alberto Braglia che aveva reso onore all’Italia con le sue vittorie olimpiche.

     Da parecchio tempo nessuno aveva avuto sue notizie; lo si credeva morto o disperso. Invece no, era ancora vivo. 

     Gli venne offerto il posto di custode in una palestra della città; poteva anche dormire nel sottoscala. Non era molto, si sarebbe meritato qualcosa in più, ma così andarono le cose. 

     Custode tuttofare in una palestra che diventò la sua casa.

     Non era, però, una palestra qualsiasi. Era la stessa dove anni prima si allenava per preparare le vittorie olimpiche. Anche quella palestra era intitolata a un campione dello sport, a un atleta che aveva reso grande la città di Modena e l’Italia intera. 

     Era la palestra Alberto Braglia.

     Alberto Braglia – L’atleta del Re, di Stefano Ferrari (Minerva Editore) racconta il ginnasta e l’uomo. Nato povero, morì, forse, ancora più povero. Nonostante le vittorie olimpiche la sua vita fu segnata da eventi dolorosi o sfortunati, talvolta ingiusti. Alberto Braglia, in questo libro, è il protagonista di una vita leggendaria, segnato da un destino che l’ha visto precipitare, apparentemente senza speranze, per poi rialzarsi nei modi più imprevedibili.   

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